Il nuovo romanzo di Luca Randazzo combatte l’oscurità della paura e apre uno spiraglio di poesia luminosa attraverso cui "sbirciare" il popolo rom con il dovuto rispetto.

di Silvio MENGOTTO

Rebecca rom

Alla Libreria delle donne di Milano è stato presentato il nuovo romanzo di Luca Randazzo, Il Principe Sultano edito da Campanila. Con l’autore Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio e Flaviana Robbiata, maestra elementare che da trentacinque anni insegna nella scuola vicina a via Rubattino dove hanno frequentato la scuola un gruppo di bambini rom seguiti dalla Comunità di Sant’Egidio di Milano.

Durante la presentazione due giovanissimi artisti rom hanno dipinto. Rebecca Covaciu, pittrice e studentessa del liceo Boccioni, ha ritratto la sua famiglia mentre viene sgomberata dalle ruspe e Sultan, pittore rom di Pisa, ha scelto il tema libero disegnando un porto.

Luca Randazzo nasce a Milano da padre siciliano e mamma romana. Si laurea in fisica a Pisa, ma, venuto a contatto con la scuola a tempo pieno, capisce che la sua professione sarà quello di maestro elementare. Vince il concorso per maestro nel 1995 e insegna a Bologna, poi a Pisa dove tutt’ora è maestro di ruolo presso la scuola a tempo pieno di San Ermete. Scrive libri per ragazzi che, pur essendo ambientati in un mondo fantasioso e fantastico, prendono spunto dalla vita reale e dalla sua esperienza a contatto con i bambini.

Il nuovo romanzo è una storia di fantasia ma che affronta due temi reali e attuali: la paura e la diffidenza nei confronti del popolo rom. Una storia di amicizia tra Marta che a scuola conosce Sultan un ragazzo rom. I genitori di Sultan «vengono ingiustamente accusati di aver rapito il piccolo Mirko. Marta, molto intraprendente e determinata, scopre e svela la verità, fatta di violenze e di menzogne annidate lontano dalle baracche, dietro mura insospettabili». Abbiamo intervistato l’autore del romanzo Luca Randazzo.

Quale scopo persegue questo romanzo di fantasia ma che affronta i problemi reali della paura e diffidenza verso il popolo rom?
È quello di utilizzare una storia di finzione con un ritmo narrativo adatto ai ragazzi. Utilizzo il canone del romanzo per ragazzi, potenzialmente appassionante, con lo scopo di suscitare dibattito sulla relazione tra il mondo rom e quello non rom, quindi le relazioni tra i ragazzi di quell’età nel mondo italiano. È uno stimolo di dibattito, di critica, di riflessione ma anche di curiosità. L’idea è anche quella di incuriosire i ragazzi perché si pongano delle domande o vadano a cercarsi delle risposte.

Questo libro è un ponte verso la relazione?
Certamente! L’idea è esattamente quella di creare una relazione. All’interno della storia il personaggio di Marta, la bimba che cresce nella relazione creata con Sultan, ma anche i genitori di Marta. Specialmente la madre che cambia il suo punto di vista dopo essere entrata, in qualche modo, a conoscenza di questa famiglia rom. Questa frequentazione piano, piano ha permesso di capire perlomeno la complessità.

La scuola è un buon contesto per sviluppare la relazione con i ragazzi rom?
La scuola è forse l’unico contesto generalista che abbiamo. L’unico luogo dove tutte le famiglie con bambini nell’età appropriata, devono entrare. E tutti ci entrano con gli stessi diritti e doveri. È un luogo egualitario. Quindi un ottimo contesto sia per il lavoro tra i ragazzi, sia per quello tra gli adulti e le loro relazioni. Solo in un contesto paritario si riesce a creare una relazione che vada oltre. Sia una relazione di conoscenza, di curiosità, di rapporti che si costruiscono volta per volta. Per fare questo credo che la scuola sia il luogo adatto.

Sarà possibile superare il muro del pregiudizio nei confronti dei rom?
Quando guardo le nuove generazioni dei ragazzi mi sembra che non sia assolutamente difficile. Per le mie bimbe, senza averle forzate, Sultan, la sorella e una bambina che ha vissuto a casa nostra per un anno, sono sorelle e fratelli. Mia figlia più grande ha dormito in una baracca in casa della bambina rom, tutti insieme nel lettone. L’ha vissuta come una cosa normale, come l’invito fatto da un amico, da un fratello, un cugino.

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