Un omaggio al padre putativo di Gesù in occasione della sua festa e e nell’anno a lui dedicato da papa Francesco, con una grande tela attribuita al maestro emiliano del Seicento, ricca di significati simbolici, conservata in Arcivescovado e quindi di norma non accessibile al pubblico.

di Luca FRIGERIO

Le mani dicono molto, di una persona. Quelle di san Giuseppe, in questo dipinto del Guercino, dicono di un uomo impegnato in attività manuali: sono le mani forti di un falegname, lo sappiamo. Eppure sono anche mani che tradiscono una certa inesperienza, quasi un imbarazzo, nel reggere quel bambino. Con delicatezza, infatti, l’uomo stringe il piccolo Gesù attraverso il lenzuolo, ma evita il contatto con la pelle nuda dell’infante, come avesse timore di graffiarla, con quelle sue dita callose e ruvide; o anche solo di sporcarla, avendo magari appena finito di lavorare. Ma quelle mani sembrano anche percorse da un fremito, per la consapevolezza di essere testimone di un Mistero straordinario, del quale non sa dire e che continua a sfuggirgli, nonostante sia lì, seduto sulle sue ginocchia di padre, pur soltanto putativo…

Guardatelo bene, questo dipinto di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino. Guardatelo bene perché difficilmente vi sarà già capitato di osservarlo prima: la grande tela, infatti, fa parte della Quadreria degli arcivescovi di Milano, di norma non accessibile al pubblico, e attualmente è collocata in un ufficio della Curia. Oggi, alla vigilia della festa liturgica di san Giuseppe, in quest’anno a lui dedicato in maniera speciale per desiderio di papa Francesco, vogliamo rendergli omaggio attraverso quest’opera pressoché sconosciuta del grande pittore emiliano del XVII secolo: «Mostro di natura, miracolo da far stupire chi vede le sue opere», come osservava con entusiasmo Ludovico Carracci, uno che di pittura se ne intendeva assai.

Il dipinto fa parte della collezione del cardinale Cesare Monti, successore dei due Borromeo alla guida della diocesi di Milano. Di san Carlo, Monti fu scrupoloso nell’imitarne lo zelo pastorale e l’attenzione verso i più bisognosi, proseguendone il lavoro di riforma ecclesiale alla luce del Concilio di Trento. Di Federico, invece, Cesare condivise il medesimo impegno culturale, e la passione artistica in particolare, costituendo una straordinaria raccolta di opere, destinata a essere fonte di contemplazione per tutti gli arcivescovi ambrosiani a venire.

Alla sua morte, nel 1650, il cardinal Monti lasciava dunque una grande Quadreria che annoverava dipinti rinascimentali e del Cinquecento, ma anche diversi lavori dei maestri suoi contemporanei, collocata in una nuova ala all’interno dell’Arcivescovado che lui stesso aveva ampliato e rinnovato. Nonostante precise disposizioni di inalienabilità (che impegnavano non solo l’autorità ecclesiastica, ma anche quella civile), la collezione fu privata già in epoca napoleonica di diversi pezzi, destinati alla Pinacoteca di Brera. Nell’ormai lontano 1994, per premura dell’indimenticato don Spirito Colombo, fu realizzata una grande mostra che finalmente, seppur temporaneamente, ricostituiva nella loro interezza le “Stanze del cardinal Monti”. E fu proprio in quell’occasione, l’unica a nostra conoscenza, che la tela del San Giuseppe col Bambino del Guercino venne esposta al pubblico.

L’opera di Barbieri è citata come già presente nella collezione milanese del cardinal Monti nel suo inventario del 1638. Sappiamo che il pittore di Cento, pochissimi anni prima, aveva realizzato due dipinti con un simile soggetto: una per un convento di Bologna; l’altra per il cardinale Durazzo, legato di Ferrara. La tela ambrosiana, dunque, potrebbe essere la terza versione di un modello di successo, che il Guercino quarantenne aveva ideato all’apice della sua fama. Una <replica>, questa della Quadreria arcivescovile, certamente uscita dalla bottega centese, ma che gli studiosi tentennano ad assegnare per intero alla mano del maestro, per la differente qualità pittorica delle sue parti: altissima nelle mani e nel piede di Giuseppe, come negli arnesi di lavoro; decisamente inferiore nello sfondo e nel volto del santo (volto, peraltro, che appare ripreso dall’anziano padre di Sansone, nel dipinto del 1625 ora al Chrysler Museum di Norfolk in Virginia). Le condizioni conservative tutt’altro che buone, del resto, non permettono di esprimere un giudizio definitivo a riguardo.

Gesù si protende verso gli attrezzi adagiati sul banco da falegname: il martello, la tenaglia e soprattutto i chiodi, che il pargolo afferra incuriosito. È evidente l’intento del pittore di alludere alla Passione di Cristo, quale simbolica prefigurazione alla sua futura crocifissione; così come la sua morte sembra adombrata proprio in quel lenzuolo che avvolge il Bambino, che già evoca il telo sindonico.

San Giuseppe osserva attento. In lui ci sono l’emozione e l’orgoglio paterno nel vedere l’infante che gioca con i suoi utensili, pensando che un giorno, magari, li userà lui stesso, imparando il suo mestiere. Forse c’è anche un poco di ansia, come traspare dall’espressione del volto, perché comunque quelli sono oggetti da “grandi”, che possono inavvertitamente pungere o ferire un bambino inconsapevole. E infine, in quel suo sguardo di padre putativo, c’è anche un’ombra di perplessità, e persino di timore. Come un presentimento, appunto, una fitta che all’improvviso gli punge il cuore, e che gli fa abbracciare ancora più forte il suo Gesù.

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