Fino al prossimo 17 aprile, alla Reggia di Monza è esposto eccezionalmente il magnifico dipinto che Michelangelo Merisi dipinse nel 1607 mentre si trovava a Napoli, e che oggi è conservato al Museo di Capodimonte. Una "confessione" del dramma personale dell'artista e una meditazione sul destino stesso dell'umanità.

di Luca FRIGERIO

Caravaggio flagellazione

Come agnello condotto al macello. Legato alla colonna, Cristo si lascia umiliare, ferire, percuotere. China la testa, abbassa le spalle, ma non è la forza dei suoi carnefici a piegarlo: lui stesso si consegna alla storia, lui stesso si affida alla volontà del Padre. Affinché tutto si compia, com’era scritto. Gli aguzzini non lo comprendono, ma intuiscono che qualcosa di inaudito sta accadendo. E proprio questa remissione dell’innocente torturato accende ancor più il loro furore, scatena una violenza cieca, bestiale. Inutile, infine.

La Flagellazione è uno dei capolavori del Caravaggio. Michelangelo Merisi lo dipinse nel 1607, durante il suo primo soggiorno a Napoli, prima di partire per Malta. Un’opera intensa, sconvolgente, rivoluzionaria. Che oggi, eccezionalmente, è esposta fino al prossimo 17 aprile alla Reggia di Monza, prestata dal Museo nazionale di Capodimonte che l’ha in deposito dalla chiesa di San Domenico Maggiore. Un appuntamento da non perdere con la grande arte.

Fu Tommaso de Franchis a commissionare questa pala al pittore lombardo, che ormai da alcuni mesi si trovava nella città partenopea, fuggito da Roma, condannato a morte in contumacia dalla giustizia pontificia per aver ucciso un uomo nel corso di una rissa. Al culmine della sua rapida fama, il Caravaggio si era lasciato travolgere dal lato più oscuro della sua personalità, con conseguenze tragiche e funeste.

Quella dei De Franchis era una delle famiglie più rampanti nella Napoli d’inizio Seicento, immanicata col potere regio, vicina alla curia cittadina, prossima ormai a passare dall’alta borghesia al patriziato. Tommaso doveva aver conosciuto il Merisi tramite suo fratello Lorenzo, avvocato e membro di quella Congregazione del Pio Monte che aveva pagato a peso d’oro la magnifica pala con le Sette opere di misericordia.

Non sappiamo esattamente perché al nostro Michelangelo fu chiesto di illustrare proprio questo momento della Passione di Gesù. Ma possiamo immaginare con quale spirito Caravaggio si sia accinto a questa impresa, divorato forse dal rimorso per il gesto scellerato compiuto, inquieto più che mai per l’incerto futuro, adirato con se stesso e con il mondo per un destino che lo aveva visto salire a vette altissime, per poi precipitare.

Così, nella flagellazione di Cristo Merisi dipinge davvero tutte le sofferenze ingiustamente patite dall’umanità, tutte le violenze inflitte in ogni epoca, le mille e mille persecuzioni subite dagli innocenti di ogni terra e latitudine. Mettendosi, crediamo, non nella prospettiva della vittima, ma in quella stessa del carnefice – seviziatore di carni, flagellatore di membra -, a cercare, chissà, un perdono implorato nei recessi più profondi della sua anima. A far emergere sulla tela, perfino inconsciamente, un pentimento incapace di esprimere altrimenti, a parole, nei gesti o anche solo con le intenzioni…

Quel carnefice che, con il volto stravolto, urla a bocca aperta una rabbia folle, stringendo con una mano le verghe per la fustigazione, mentre con l’altra afferra i capelli di Gesù, tirando la testa del martire, come a costringerlo a girarsi dalla sua parte, come a forzarlo a guardarlo negli occhi, in un gesto che è disperato, prima ancora che violento. Di una disperazione mortale, infinita, senza scampo. Di chi cerca il volto della salvezza, ma sa che gli è impossibile contemplarlo.

Il buio avvolge ogni cosa, terribilmente. Un nero di pece, denso, impenetrabile, invischia le figure dei fustigatori, che non hanno più contorni distinti. Solo Cristo è davvero illuminato. Da una fonte di luce che pare come un faro puntato sulla scena dall’esterno (un effetto simile il giovane Caravaggio potrebbe averlo osservato affacciandosi proprio alle cappelle del Sacro Monte di Varallo), ma che a ben guardare sembra scaturire direttamente dal corpo del Salvatore, a squarciare ancora una volta le tenebre. Lui che è la luce del mondo, il sole di giustizia sorto a rischiarare cieli nuovi e terre nuove, per un’umanità per sempre redenta.

Così che per un attimo anche l’accucciarsi dello sgherro intento a preparare il suo flagello, in basso a sinistra, diventa l’inchinarsi davanti al Signore del mondo. Non re degli eserciti, ma agnello mite e glorioso che illumina la Gerusalemme celeste.

 

La “Flagellazione di Cristo” del Caravaggio
è visibile fino al prossimo 17 aprile
al Piano Nobile della Reggia di Monza (Viale Brianza, 1),
grazie a un’iniziativa del Consorzio Villa Reale
e Parco di Monza e del <Cittadino di Monza e Brianza>.
Ingresso libero, da martedì a domenica,
dalle 10 alle 19 (venerdì fino alle 22).
Info, www.reggiadimonza.it

 

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