Il volume di Silvia Meroni ricostruisce il periodo più drammatico dell’episcopato martiniano costellato da omicidi “politici”. La sua vicinanza alle vittime e ai familiari e il dialogo aperto con i terroristi che porterà al ripudio della lotta armata.

Martini piombo

È un caldo sabato mattina, il 13 giugno 1984. Un giovane alto varca l’ingresso dell’Arcivescovado di piazza Fontana a Milano con tre borsoni, che consegnerà alla segreteria dell’arcivescovo Carlo Maria Martini. Dentro alle borse armi ed esplosivi dei terroristi rossi. È un gesto clamoroso, che molti anni dopo verrà ulteriormente chiarito dalle memorie di don Luigi Melesi, storico cappellano di San Vittore. Era la consegna, la cosiddetta “resa” di una generazione di giovani che nei dieci anni precedenti avevano insanguinato il Paese con l’assassinio delle migliori coscienze che il Paese offriva. Un modo per dire basta alla violenza politica. Un lungo percorso che nasceva dai dialoghi e confronti che Martini condurrà con i terroristi in carcere nella riservatezza grazie all’aiuto di don Melesi.

Questo episodio emblematico è contenuto nel recente volume di Silvia Meroni Carlo Maria Martini e gli Anni di piombo. Le fatiche di un vescovo e le voci dei testimoni (Ancora, 352 pagine, 27 euro; disponibile anche in ebook).

I drammatici Anni di piombo hanno segnato in profondità la storia personale e l’episcopato di Martini, giunto come vescovo a Milano 40 anni fa, nel febbraio 1980, all’inizio di un anno che fece registrare un numero record di omicidi e attentati.

Una scia di sangue che ha visto l’Arcivescovo rimanere sempre accanto alle vittime, ma anche cercare di aprire un dialogo con coloro che avevano scelto la strada della violenza terroristica, per convincerli a rinnegarla.

Questo volume racconta la puntuale ricostruzione di quanto fatto e detto da Martini in quegli anni e si intreccia con le toccanti testimonianze inedite di molti familiari di vittime del terrorismo e di alcuni suoi stretti collaboratori. Emergono non solo le fatiche e i tormenti di Martini di fronte a eventi che lo coinvolgevano profondamente, ma anche particolari inediti di vicende che fecero scalpore in quegli anni.

«Il più evidente filo rosso che attraversa queste pagine – scrivono nella postfazione Alberto Conci e Francesco Scanziani – è costituito dal dialogo che il vescovo di Milano ha intessuto con i familiari delle vittime del terrorismo, che l’autrice ha ricostruito principalmente attraverso la documentazione disponibile e gli incontri personali con i figli e le vedove delle vittime. La testimonianza di questo dialogo, che si è svolto quasi sempre lontano dai riflettori e che in alcuni casi non si è mai interrotto, risulta oggi particolarmente preziosa, anzitutto perché sul piano storico colma una lacuna e ci restituisce il volto di un vescovo che si è lasciato interpellare dalle vittime della violenza terroristica».

«Grazie a una cospicua documentazione – sottolinea Marco Garzonio nella prefazione – Silvia Meroni riesce a rappresentare in modo efficace il travaglio personale di Martini, naturalmente proteso dalla parte delle vittime e dei familiari, ma proteso anche a cercare di incidere sulle scelte degli assassini. Dagli uni ha rischiato critiche e incomprensioni. Dagli altri il pericolo era la strumentalizzazione. Il prezzo della complessità, della coscienza e della coerenza passa anche da lì. Ma le insidie non hanno dissuaso il Cardinale dall’avventurarsi su questa strada».            (p.n.)

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