Acclamato dai contemporanei, il grande dipinto, che rappresenta l'assedio dei normanni a Chartres, venne realizzato nel 1618 per una chiesa veneziana e a lungo fu esposto nella basilica di San Simpliciano a Milano. Sabato 24 marzo sarà al centro delle visite guidate promosse per le "Giornate FAI di Primavera", insieme alla Quadreria arcivescovile.

di Luca FRIGERIO

I bagliori di luce sull’acciaio delle armature, il garrire delle bandiere al vento, l’impennarsi dei cavalli feriti. E poi lo squillo delle trombe, l’urlo della battaglia, lo schianto delle armi. Con l’odore del sangue che si mischia a quello della paura, nell’euforia della lotta. Ma in cielo già le nubi si diradano, e uno squarcio d’azzurro si fa presagio di speranza e di pace sulla terra…

Da oggi l’enorme quadro raffigurante La vittoria dei Carnutesi sui Normanni, capolavoro del Padovanino, è esposto nel palazzo arcivescovile di Milano. La tela, di oltre cinque metri d’altezza e di quasi sei di base, è stata qui trasferita nei giorni scorsi con una spettacolare operazione di smontaggio dal salone della Pinacoteca di Brera dove si trovava, ora in fase di riallestimento.

Non era facile individuare una nuova sede a Milano che potesse accogliere un dipinto di queste dimensioni, evitandogli così l’oblio dei depositi: ma la Sala del trono dell’Arcivescovado si è rivelata un ambiente perfetto. Un luogo, peraltro, che è adiacente a quella stessa Cappella arcivescovile che recentemente è stata aperta, per raccogliersi in preghiera, a quanti frequentano a vario titolo gli uffici di Curia.

Ai trasferimenti, del resto, il quadrone del Padovanino c’è ormai abituato. Realizzato nel 1618, esattamente quattro secoli fa, per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Venezia, dove faceva parte di un ampio complesso decorativo, fu indemaniato ai primi dell’Ottocento e destinato alla neonata Pinacoteca di Brera, che nel programma napoleonico doveva diventare per il Regno d’Italia quello che il Museo del Louvre rappresentava per la Francia. Proprio la sua monumentalità, tuttavia, spinse i conservatori a trovare una diversa sistemazione dell’opera, che dal 1828 fu collocata nella basilica milanese di San Simpliciano, rimanendovi fino a quarant’anni fa. Oggi la nuova destinazione in piazza Fontana, a seguito della nuova impostazione dei percorsi espositivi braidensi

Il groviglio di corpi, l’infuriare dello scontro fra uomini armati, l’ergersi di spalti e mura sullo sfondo della scena rivelano senza dubbio lo svolgersi di una battaglia. Meno intuitivo, invece, è l’episodio specifico che in questa tela viene rappresentato. E il titolo stesso dell’opera, con la citazione dei “Carnutesi”, non aiuta a rivelare con immediatezza il contesto storico della vicenda…

Il soggetto tuttavia già si chiarisce se si considera che Carnutum era l’antico nome della città francese di Chartres, celebre per la sua gotica cattedrale. Il dipinto, quindi, illustra l’assedio portato dai Normanni contro Chartres nel 911, respinto grazie a un intervento divino, ovvero l’ostensione da parte del vescovo Gantelmo – lo si vede al centro su un cavallo bianco – della veste della Vergine, il “velo” cioè che Maria indossava al momento in cui fu visitata dallo Spirito Santo, quando il Verbo si fece carne nel suo grembo: una venerata e preziosa “reliquia” che Carlo Magno aveva lasciato al figlio Carlo il Calvo, il quale a sua volta l’aveva donata ai “Carnutesi”, appunto.

Come si è detto, l’autore di questo magnifico dipinto, assai lodato in passato, è Alessandro Varotari, detto il “Padovanino” perché originario della città veneta, dove era nato nel 1588. Figlio d’arte, Varotari si formò alla scuola pittorica veneziana del secondo Cinquecento, fedele alla lezione tizianesca, imitatore dello stile di Palma il Giovane, vicino ai modi del Veronese. Trasferitosi in Laguna, il nostro compì un viaggio studio a Roma nel 1614, dove poté osservare gli innovativi linguaggi pittorici lì sviluppatisi, rimanendo però decisamente più impressionato da Annibale Carracci piuttosto che dal Caravaggio.

Ecco allora che il telero oggi all’Arcivescovado appare come una “sintesi” suggestiva di tutte queste esperienze, dalla tarda maniera veneziana agli echi del classicismo romano, con il bel cavaliere sulla sinistra ripreso direttamente da Tiziano, gli “ignudi” in primo piano di derivazione caraccesca (si vedano i telamoni della Galleria Farnese), i toni cromatici ispirati al Tintoretto. Un capolavoro, insomma, tutto da scoprire.

 

 

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