A Castellanza l'antologica finale, per sua espressa volontà, delle opere dell'artista milanese che, da laico, ha dedicato gli ultimi anni della sua ricerca all'arte sacra, come riflessione sulla condizione dell'uomo.

di Luca FRIGERIO

Cerri Croce

Cola sulla tela un segno rosso spezzato, impastato, sfumato. Rivolo di sangue spillato dal santo volto, grumo ematico inciso nella fronte del re dei giudei, coronato di spine. Il bianco sussulta, freme nel pallore che è della morte, nel lindore del telo sindonico. Fagocitato pezzo a pezzo dal nero, il lutto di un universo inorridito per il sacrificio dell’agnello, le tenebre di chi non ha riconosciuto la luce. Per paura, per odio, per incapacità d’amare. Quella luce che tuttavia già sorge, alba di risurrezione, aurora di nuova vita…

Il tema della Croce segna il capitolo finale dell’arte di Giancarlo Cerri. Immagini vibranti, evocative, che il noto pittore milanese, alla soglia degli ottant’anni, sembra consegnarci come una sorta di testamento artistico e spirituale. Lui che si è sempre definito laico, laicissimo, e che nulla rinnega della sua ricerca dell’umano durata una vita. Ma che oggi si fa anche sacra, necessariamente religiosa, inevitabilmente spirituale.

Da dieci anni Cerri non dipinge più. Una grave malattia oculare gli ha offuscato la vista. Così che quella in corso a Castellanza, negli spazi di Villa Pomini, è l’ultima mostra che il maestro ambrosiano ha voluto allestire, per sua stessa, meditata decisione. L’evento conclusivo di una entusiasmante avventura pittorica, nutrita di colore, guidata dal cuore.

L’antologica varesina presenta dunque una cinquantina di opere, realizzate da Cerri per lo più tra il 1995 e il 2005, introdotte da alcuni lavori più vecchi, degli anni Settanta, quasi a suggerire un confronto, e comunque ad evidenziare una sorta di percorso “evolutivo” del pittore, l’affinarsi della sua sensibilità cromatica, il gusto sempre più esigente per la sintesi, per la semplicità, per l’essenziale. Levare, togliere, scavare per raggiungere il nocciolo, come raccomandava lo stesso Michelangelo, al culmine della sua esperienza.

Un itinerario artistico che si snoda, come recita il titolo della rassegna, «dal paesaggio reinventato all’astrattismo concreto», in un accostamento di termini apparentemente contrastanti, contraddittori perfino, e che esprimono bene, invece, il senso di una pittura “pura”, che non ha mai cessato di indagare gli orizzonti più interiori dell’uomo, le sue angosce, le sue inquietudini, le sue gioie.

Il nuovo millennio si è aperto con la tragedia delle Torri Gemelle di New York. Tonnellate di acciaio, vetro, cemento sbriciolate con la carne e il sangue di migliaia di innocenti dalla follia di chi ha fatto della violenza il proprio credo. Giancarlo Cerri, come tanti, come tutti, sente che più nulla potrà essere come prima. Sulla tela, come sulla carta e sulla tavola, comincia a tracciare forme e figure per lui insolite, fino ad allora: la Croce, l’Uomo dei dolori, le pie donne sul Golgota, il compianto attorno al Cristo morto…

Un’esperienza umana e artistica – religiosa nel senso più ampio del termine – che si amplifica e si consolida giorno dopo giorno, nella contemplazione di un’umanità sempre più dolente e disorientata, costretta a migrare per sfuggire fame e guerre, obbligata a combattersi per gli interessi di pochi, dove la misericordia non sembra avere cittadinanza, la solidarietà alcun senso.

E mentre il lume della vista via via si affievolisce, Cerri con lucida consapevolezza e partecipata emozione si incammina lungo un suo personale Calvario, ma che è contemporaneamente la Via Crucis del mondo intero, piagato, flagellato, inchiodato.

«Il non poter credere in Dio non mi ha mai privato della fede nell’uomo e nell’umanità, quella mia e quella di tutti», ha detto una volta l’artista, ammettendo di non aver ricevuto la grazia della fede. Ma già questa confessione ha la forza di un’attesa. Anche lui, come tutti noi, davanti al sepolcro, aspettando il nuovo giorno.

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