Questa riflessione sul passaggio tra il primo e il secondo secolo cristiano, fatta da Marinella Perroni in questo nuovo saggio pubblicato da EDB, costituisce ancora oggi uno stimolo per restituire pienamente alle donne i testi biblici e ai testi biblici le donne.

di Silvio MENGOTTO

Marinella Perroni EDB Donne Galilea

Recentemente papa Francesco ha sottolineato l’urgenza di valorizzare la figura femminile nella comunità ecclesiale. «Andate avanti – dice il papa Francesco a chiusura di una non stop sulle culture femminili -. Si tratta di studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano pienamente partecipi. Questa è una sfida non più rinviabile. Non siamo “il” Chiesa, ma la Chiesa!»

Marinella Perroni – professore stabile di  Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo Sant’ Anselmo di Roma – stimolata dall’esortazione di papa Francesco ha pubblicato il libro Le donne di Galilea dove la sensibilità teologica  si focalizza sulla presenza femminile nella prima comunità cristiana. Una lettura, non solo teologica, dalla quale emerge la preoccupazione che «il lavoro da fare per restituire pienamente alle donne i testi biblici e ai testi biblici le donne è ancora molto lungo. E la guardia non può essere abbassata».

Due le piste proposte: la presenza attiva delle donne come protagoniste e discepole; la loro inclusione nella nuova esperienza e testimonianza nella fede della risurrezione. Nei quattro vangeli è innegabile una presenza femminile ingombrante per la cultura e la sensibilità religiosa ebraica dell’epoca.

Tutti i testi concordano con il fatto, ai tempi scandaloso, che sotto la croce sino alla risurrezione il proscenio – tolto qualche eccezione – è interamente occupato dalla presenza femminile. Non dimenticando i numerosi, a volte dirompenti, incontri di Gesù con le donne  nella sua vita pubblica (l’emorroissa, l’adultera, la Cananea, la vedova di Pietro e nel tempio, la moglie di Pilato, Giovanna di Cusa e Susanna anche loro sotto la croce, le sue parabole con un protagonismo femminile, etc.). L’evangelista Marco «intende sottolineare che le donne presenti sotto la croce hanno fatto parte del seguito di Gesù e lo hanno servito per tutto il tempo che egli ha operato in Galilea».

Per la tradizione evangelica «le donne sono esplicitamente partecipi, mentre nella tradizione paolina della formula della Prima lettera ai Corinzi esse non ricevano alcun rilievo specifico». 

Una particolare attenzione l’autrice rivolge alla centralità di Maria di Màgdala, sia per il rapporto particolare con Gesù, sia per il discepolato femminile.

«Il nome di Maria di Màgdala, infatti, apre sempre tutte le liste nominali delle discepole (Mc 15,40s.47; 16,1; Mt 27,55s.61; 28,1; Lc8,2; 24,10) e, stando ad alcune tradizioni, è lei la destinataria della pro-tofania pasquale». Questa figura centrale, nel corso della tradizione cristiana, «ha perso le sue connotazioni evangeliche per divenire oggetto di strumentalizzazioni ideologiche plurime che hanno trovato due straordinari moltiplicatori e due ottimi persuasori nella letteratura e nell’arte figurativa». Nella trasmissione della fede nei vangeli le donne sono protagoniste mentre nei testi paolini scompaiono.

La tradizione attribuisce alle donne, in particolare a Maria di Màgdala, il traghettamento della fede pre-pasquale e quella post-pasquale.

Per l’autrice sono due gli elementi per cui nei vangeli sono le donne ad avere una spiccata sensibilità verso la risurrezione: la fede nei confronti della risurrezione dei morti e una diffusa dimestichezza biblica delle donne con la morte. Come esempio l’autrice menziona la figura di Rachele e la madre dei sette giovani maccabei.

Stimolante il confronto tra l’evangelista Giovanni e Luca. Entrambi si interessano molto delle donne. Giovanni in termini estensivi, mentre Luca in termini restrittivi che per l’autrice segnano anche le rispettive distanze teologiche. «Le donne del quarto Vangelo vanno riconosciute come figure di spicco della vita comunitaria per quanto concerne sia l’elaborazione della fede sia la prassi dell’evangelizzazione, rimandando così a un modello ecclesiologico fondamentalmente inclusivo».

Il modello inclusivo di Giovanni mette specificatamente a fuoco quattro donne: la Samaritana, Marta, Maria di Màgdala e Maria di Betania. Di quest’ultima «Gesù prende le difese in una contesa sul discepolato che, significativamente, tracciava la demarcazione tra la rivelazione al mondo e la rivelazione ai discepoli». Per l’autrice l’evangelista Giovanni attribuisce alle donne non solo una positiva presenza nel gruppo dei primi discepoli, ma anche una forte valenza dottrinale e teologica fondamentale. Il ricordo di queste donne nella tradizione delle comunità depone «a favore di un palese riconoscimento, all’interno della tradizione giovannea, della partecipazione delle donne sia all’evangelizzazione che allo sviluppo dell’elaborazione dottrinale»

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