Un ricordo della grande scrittrice milanese, scomparsa il 1° novembre 2009 a 78 anni. La cui arte è sempre stata percorsa da una profonda vocazione religiosa.

di Luca FRIGERIO

Dieci anni che siamo orfani dell’Alda. Se ne è andata il giorno di Ognissanti del 2009, a 78 anni, ed è sembrato subito a tutti che la Merini, lei che era nata «il ventuno a primavera» come amava ricordare, avesse ottenuto la grazia di lasciare questo mondo in una festa evocativa di quegli stessi temi – la gioia, ma anche il dolore; la vita, la morte e la vita oltre la morte… – che aveva incessantemente cantato durante il suo cammino terreno.

Dieci anni che siamo orfani dell’Alda, e non è un artificio retorico. Perché se c’è una condizione umana che la Merini ha vissuto in pienezza è stata proprio quella della maternità. Madre delle sue quattro figlie, innanzitutto, tra difficoltà, abbandoni e dono di sé. Ma madre anche delle sue composizioni poetiche, perché, lo ripeteva lei stessa, viveva la poesia come una sorta di attesa continua, grembo fecondo di parole nuove, vive, che nascevano anche attraverso un travaglio interiore, ma sempre tra lacrime di gioia. E quindi madre dei suoi stessi lettori, dei suoi ascoltatori che la cercavano e che lei cercava (desiderosa, fino al bisogno, di comunicare: «Non ha senso che io me ne stia qui, senza parlare con qualcuno: la vita è parola e io la parola la uso, mi fa vivere»), da crescere al bene ed educare al bello, non con aride formule pedagogiche ma con l’abbraccio di chi ti vuole bene, anzi, di più, di chi ti ha dato la vita. La poesia come atto d’amore, insomma, di un amore sconfinato, che ride, che piange, che spera, che perdona: che crea.

Non è stata una vita facile, quella della Merini (e del resto non è facile per nessuno, vivere). Nata a Milano da famiglia modesta, senza l’accesso a grandi studi ma dotata di intelligenza vivace, Alda scrive versi fin da bambina. Quindicenne è scoperta da Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, che la presenta al critico letterario Giacinto Spagnoletti, che ne rimane letteralmente folgorato.

Spagnoletti intuisce con esattezza da dove sgorgano le sue parole, e quel che scrive nel 1950 per la poetessa adolescente varrà ancora per la cantora degli ultimi giorni: «La poesia ha segnato, giorno per giorno, la storia dei suoi abbandoni, delle sue confidenze, delle sue conquiste spirituali; ha significato per lei il miracolo di potersi rivolgere a Dio, all’amante sognato, a se stessa. Patimenti ed estasi, disegnandosi nel profondo, hanno creato dal niente una vera scienza del linguaggio amoroso, una solida dottrina dell’intelligenza con le cose: che può richiamare certi mistici del Cinquecento, senza però celare il suo sapore di angoscia contemporanea, di disperazione tipicamente attuale».

Alda si sposa nel 1953, a 22 anni. Conosce scrittori e poeti come padre David Maria Turoldo, Giorgio Manganelli e Luciano Erba, con i quali stringe un rapporto d’amicizia, ma anche Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale. Il disturbo bipolare che le viene diagnosticato la porta a ricoveri sempre più lunghi e pesanti, tra case di cura e manicomi: un calvario, fatto di segregazioni ed elettroshock, che la tiene lontana dalla famiglia e la isola dalla società, e che tuttavia non le toglierà mai la voglia e la gioia di vivere.

Così, non appena può ritornare a scrivere, la produzione poetica della Merini sgorga impetuosa, come un fiume in piena. Dalla sua casa sul Naviglio Grande, ingombra di carte e di memorie, stretta come una tana, calda come un nido, la “poetessa della Riva” alle soglie del terzo millennio interpella Milano e si rivolge al mondo intero, con quella sua voce apparentemente fragile eppure così salda, quella sua ansia quieta di verità, quelle sue invocazioni d’amore a volte agitate, spesso turbolenti, sempre tenerissime.

Una grande vocazione religiosa, soprattutto, si è rivelata nella sua arte, lungo tutto il suo percorso: così che tante sue poesie appaiono come autentiche preghiere. La raccolta Corpo d’amore, per non citare che un esempio, apparsa nel 2001 (mentre più voci si levano per candidarla al Nobel), è un incontro con Gesù, come testimonia l’amico cardinal Ravasi: «La poetessa poneva il suo Cristo al centro dello spazio e del tempo in un’epifania tragica eppur luminosa. La carnalità, che in lei era spesso intrecciata all’eros, qui si trasfigurava e diventava la sarx giovannea, la carne del Verbo, e la divinità diveniva umanità gloriosa e dolente».

Dieci anni che siamo orfani dell’Alda, e forse ancora non siamo riusciti a consolarci. Ma ci sono rimaste le sue poesie, che continuano a commuoverci e a parlarci: perché, come scriveva, «i poeti, nel loro silenzio, fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle».

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