Tesori "nascosti" che documentano la storia e la fede di comunità della provincia di Varese, dall'età di san Carlo al Settecento. In una bella rassegna, aperta fino a domenica 14 aprile, che è l'evento conclusivo del "millenario arnolfiano".

di Luca FRIGERIO

Anche le nostre sacrestie sono ricche di tesori, magari “nascosti” in armadi e cassetti. Si tratta dei paramenti sacri: oggetti spesso preziosi per la loro antichità, a volte autentici capolavori d’alto artigianato, forse sconosciuti alla maggior parte dei parrocchiani stessi. Manufatti da studiare, preservare e valorizzare, magari anche con un rinnovato utilizzo in particolari celebrazioni, non per una sorta di “nostalgia” per il passato, ma perché testimoni della storia e della devozione di un’intera comunità.

Come oggi accade con l’interessante mostra di antichi paramenti liturgici provenienti dalle parrocchie di Arsago Seprio, Gallarate e Somma Lombardo allestita presso il Centro culturale Concordia ad Arsago Seprio fino al prossimo 14 aprile (per informazioni e modalità di visita: tel. 0331.299927). Un evento che si colloca a chiusura delle manifestazioni per il “millenario arnolfiano”, che a mille anni dalla morte, appunto, hanno ricordato la figura di Arnolfo II, originario di Arsago, vescovo di Milano, protagonista delle vicende politiche e religiose dell’XI secolo tra Occidente e Oriente.

Di seta e d’oro è il titolo di questa rassegna varesotta, curata da Martino Rosso con la collaborazione delle locali comunità pastorali, che presenta una ventina di preziose vesti liturgiche (fra dalmatiche, pianete e piviali), le più antiche di età borromaica, ma per lo più risalenti alla prima metà del Settecento. Un campionario forse non esaustivo, ma certamente significativo, per varietà e modelli, di quanto veniva realizzato all’epoca in Lombardia, e non solo, nell’ambito della produzione tessile ad uso religioso.

Appartiene alla basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate, ad esempio, la pianeta in damasco di colore verde databile tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, che presenta due diversi motivi floreali di due differenti tessiture, nello stolone e nelle parti laterali: un accostamento, peraltro assai frequente, dovuto a ragioni di tipo decorativo, ma spesso determinato anche dal recupero di frammenti di stoffe pregiate provenienti da parati ormai logori.

Del medesimo periodo è anche un ampio piviale – la larghezza massima è di quasi tre metri – appartenente alla basilica di San Vittore Martire ad Arsago Seprio. Questo damasco, di colore rosso acceso, la cui decorazione presenta un vaso da cui fuoriescono tre fiori (identificabili in un garofano affiancato da due rose, con foglie d’acanto), è un buon esempio di quella manifattura milanese che tra Cinque e Seicento divenne celebre in tutta Europa per la sua qualità e resistenza: ancora oggi, del resto, questo paramento si presenta in ottimo stato di conservazione.

Assai bella è pure la pianeta che giunge in mostra dalla chiesa di San Vito a Somma Lombardo, il cui controfondo di damasco di seta gialla risplende di bagliori dorati. Fronde di felci, frutti carichi di semi e fiori a pannocchia evocano l’immagine di un giardino esotico e lussureggiante: una decorazione che rientra nella categoria dei motivi detti bizarre, caratterizzata, appunto, da un forte influsso orientale che permeò il disegno tessile agli inizi del Settecento (tra Milano e Venezia, e perfino da Lione alla Sicilia); ma, allo stesso tempo, che ben si accorda anche con i significati simbolici che rimandano all’idea di fertilità e di prosperità, legati proprio alla celebrazione eucaristica.

Un “viaggio” nei diversi tempi liturgici scandito anche dai differenti colori. Dove, accanto ai consueti colori usati nel rito ambrosiano – il bianco, il rosso, il verde, il morello e, soprattutto in passato, il nero – si incontrano in questa rassegna anche paramenti di un colore tipico del rito romano, il rosaceo, la cui presenza nei “depositi” delle parrocchie di questa parte della provincia di Varese testimonia, evidentemente, la soppressione di conventi e monasteri dove, per l’appunto, si celebrava secondo il rito romano.

Insomma, ammirare questi pregiati tessuti antichi può rivelarsi un’autentica gioia per gli occhi, ma diventa anche un’occasione per conoscere e scoprire un patrimonio culturale probabilmente fino ad oggi ancora troppo trascurato, dove la storia si intreccia con la moda e l’arte con la tecnica, nel segno della bellezza, al servizio del sacro. Perché, come ricorda nella prefazione al catalogo della mostra monsignor Claudio Magnoli, responsabile diocesano del servizio per la pastorale liturgica, «i paramenti liturgici hanno il potere di evocare, ciascuno a suo modo, l’immagine di Gesù Cristo, buon Pastore, sommo ed eterno Sacerdote, Servo di Dio, Agnello immolato, trasfigurato e risorto».

 

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