La reliquia più insigne conservata nel Duomo di Milano è ancor oggi al centre di solenne celebrazioni e di una sentita devozione. Una storia che inizia nel IV secolo.

di Luca FRIGERIO
Redazione

A diverse decine di metri d’altezza, tra le volte del presbiterio del Duomo di Milano, brilla una lampada rossa. Quel lume sta a vegliare un tabernacolo che custodisce uno dei più grandi tesori di fede della cattedrale ambrosiana: il Santo Chiodo, uno dei “ferri”, cioè, della Croce di Cristo.
Ma com’è arrivata questa reliquia a Milano? Il primo accenno al Santo Chiodo che noi conosciamo è contenuto in un discorso di sant’Ambrogio, nell’orazione funebre tenuta in memoria dell’amico e imperatore Teodosio, il 25 febbraio 395. In quell’occasione il vescovo spiegò come la madre di Costantino, sant’Elena, durante un suo viaggio in Terrasanta rinvenne per ispirazione divina non solo la croce, ma anche i chiodi che erano serviti alla crocefissione di Nostro Signore. Con due di essi volle forgiare dei simboli assai particolari, da donare al figlio imperatore affinchè governasse con giustizia e con l’aiuto di Dio. Uno dei chiodi fu dunque modellato come un «freno» (cioè un morso di cavallo), l’altro a mo’ di diadema (ovvero una sorta di corona). Entrambi questi segni distintivi furono poi tramandati da Costantino ai suoi successori, fino appunto a Teodosio.

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