Intervista a Salvatore Carrubba, mentre partono le molte iniziative promosse fino al 6 giugno dai Centri cattolici della diocesi, per capire quale sia oggi la situazione culturale del capoluogo lombardo.

di Pino NARDI
Redazione

La cultura a Milano è viva, tra le più importanti a livello europeo con punte di eccellenza e una diffusione capillare sul territorio. Anche se non mancano problemi di qualità e di sempre meno finanziamenti. Lo sostiene Salvatore Carrubba, assessore alla Cultura e alla Relazioni internazionali del Comune di Milano dal 1997 al 2005, attualmente editorialista e direttore Strategie editoriali de Il Sole 24 Ore. E sulle proteste della Scala per il Decreto Bondi sulle fondazioni liriche-sinfoniche afferma che «il governo deve riconoscere le eccellenze come la Scala».

Come vede oggi la situazione culturale di Milano? Secondo lei nella metropoli la cultura è viva oppure no?
Direi senz’altro di sì. Anzi Milano offre il panorama culturale più vivo che c’è in Italia, è uno dei più vivi in Europa. Se prendiamo i teatri, la produzione musicale, le mostre, i musei, è chiaro che è soltanto da sciocchi non riconoscere la vitalità culturale di questa città. Poi si può discutere sulla qualità altalenante, sul fatto che non tutto può essere meraviglioso. Ma che ci siano punte d’eccellenza, dalla Scala al Piccolo, a tante altre realtà e che poi intorno ci sia un sistema diffuso di produzione culturale nel territorio, questo è indiscutibile. La sofferenza è del settore della cultura generale, cioè il fatto che la situazione economica e finanziaria si va facendo sempre più delicata, quindi diventa più difficile garantire la possibilità di sopravvivere al meglio di queste istituzioni. Teniamo conto anche del fatto che sono migliorate molto le condizioni logistiche, come teatri che hanno la sede nuova: ricordo che da poco tempo è stato riaperto il Puccini. Anche da questo punto di vista oggi Milano offre un panorama che fino a pochi anni fa era peggiore. Ripeto, la crisi è della finanza e dell’economia e la vicenda della Scala, secondo me, è emblematica di questa difficoltà.

In questi giorni infatti assistiamo a proteste relative ai nuovi provvedimenti…
Adesso ci sono certamente forti tensioni corporative in tutte queste proteste, però il concetto di fondo è che esistono eccellenze che il governo deve riconoscere come la Scala. Secondo me è indiscutibile, e non è un fare teatri di serie A o di serie B, ma è riconoscere che queste eccellenze possono essere un traino e un volano per tutta la cultura italiana, perché quando si muove la Scala si muove la cultura italiana, non il Teatro di Milano. Ed è un peccato che lo Stato abbia paura a riconoscere questo e quindi abbia fatto marcia indietro su una prospettiva iniziale che, secondo me, era più giusta, quella appunto di riconoscere l’eccellenza della Scala e la sua particolarità.

Come ex assessore alla Cultura cosa si sentirebbe di consigliare?
I consigli li do malvolentieri. Però come cittadino credo che sarebbe importante fare un grande confronto per razionalizzare la spesa e poter consentire a tutti di andare avanti. La forza di Milano è il pluralismo e quindi ci sono tante realtà che vanno fatte funzionare al meglio. Certo non si può immaginare che ciascuno la mattina si sveglia, crea un’orchestra e poi cerca i soldi nel pubblico. Però è necessario uno sforzo del pubblico di razionalizzare l’offerta e garantire livelli di qualità manageriale; promuovere maggiore attività culturali, pensiamo a quello che si potrebbe fare, per esempio, per i musei milanesi. Questa credo sia un’attività che, anche senza investire soldi, il Comune può fare sempre di più, svolgendo questo ruolo da regista.

La Chiesa ambrosiana, con i propri Centri culturali, sta lanciando l’iniziativa di «Primavera di cultura. La sfida educativa». Quale ruolo può offrire anche sul fronte culturale?Questo è un punto molto importante. Ne sono sempre stato convinto quando ero assessore e lo ripeto adesso: la forza di Milano è che questa vivacità culturale non nasce dall’alto, non è soltanto frutto delle scelte politiche o delle strutture pubbliche, ma di una diffusione culturale anche del territorio, della sua vitalità nella società milanese. In questo contesto la Chiesa ambrosiana ha sempre svolto un ruolo storicamente fondamentale. Quindi che la Chiesa voglia continuare e lo fa attraverso le proprie ramificazioni, è molto positivo, perché è innanzitutto una voce di pluralismo. E perché la Chiesa per definizione è molto vicina al territorio, quindi può dare un contributo anche all’articolazione culturale che va sempre più curata e migliorata nei prossimi anni.

Anche per non ridurre la cultura a una logica elitaria nel centro di Milano, ma che sia pervasiva nelle periferie…
Esatto, questo è il punto fondamentale, ma senza farne un mito, è finito il tempo del teatro nel tendone. Però, il fatto che nelle periferie ci sono realtà culturali, non “portate” dal centro, ma che lì esistono è un fenomeno che va valorizzato, anche perché sono l’espressione stessa del volontariato, dell’entusiasmo, del dinamismo, che parte dal basso. Dà il volto di Milano, perché in fondo la città è sempre stata questa: una metropoli che anche nelle periferie riusciva a non fare soltanto dormitori, ma realtà socialmente vivaci La cultura a Milano è viva, tra le più importanti a livello europeo con punte di eccellenza e una diffusione capillare sul territorio. Anche se non mancano problemi di qualità e di sempre meno finanziamenti. Lo sostiene Salvatore Carrubba, assessore alla Cultura e alla Relazioni internazionali del Comune di Milano dal 1997 al 2005, attualmente editorialista e direttore Strategie editoriali de Il Sole 24 Ore. E sulle proteste della Scala per il Decreto Bondi sulle fondazioni liriche-sinfoniche afferma che «il governo deve riconoscere le eccellenze come la Scala».Come vede oggi la situazione culturale di Milano? Secondo lei nella metropoli la cultura è viva oppure no?Direi senz’altro di sì. Anzi Milano offre il panorama culturale più vivo che c’è in Italia, è uno dei più vivi in Europa. Se prendiamo i teatri, la produzione musicale, le mostre, i musei, è chiaro che è soltanto da sciocchi non riconoscere la vitalità culturale di questa città. Poi si può discutere sulla qualità altalenante, sul fatto che non tutto può essere meraviglioso. Ma che ci siano punte d’eccellenza, dalla Scala al Piccolo, a tante altre realtà e che poi intorno ci sia un sistema diffuso di produzione culturale nel territorio, questo è indiscutibile. La sofferenza è del settore della cultura generale, cioè il fatto che la situazione economica e finanziaria si va facendo sempre più delicata, quindi diventa più difficile garantire la possibilità di sopravvivere al meglio di queste istituzioni. Teniamo conto anche del fatto che sono migliorate molto le condizioni logistiche, come teatri che hanno la sede nuova: ricordo che da poco tempo è stato riaperto il Puccini. Anche da questo punto di vista oggi Milano offre un panorama che fino a pochi anni fa era peggiore. Ripeto, la crisi è della finanza e dell’economia e la vicenda della Scala, secondo me, è emblematica di questa difficoltà.In questi giorni infatti assistiamo a proteste relative ai nuovi provvedimenti…Adesso ci sono certamente forti tensioni corporative in tutte queste proteste, però il concetto di fondo è che esistono eccellenze che il governo deve riconoscere come la Scala. Secondo me è indiscutibile, e non è un fare teatri di serie A o di serie B, ma è riconoscere che queste eccellenze possono essere un traino e un volano per tutta la cultura italiana, perché quando si muove la Scala si muove la cultura italiana, non il Teatro di Milano. Ed è un peccato che lo Stato abbia paura a riconoscere questo e quindi abbia fatto marcia indietro su una prospettiva iniziale che, secondo me, era più giusta, quella appunto di riconoscere l’eccellenza della Scala e la sua particolarità.Come ex assessore alla Cultura cosa si sentirebbe di consigliare?I consigli li do malvolentieri. Però come cittadino credo che sarebbe importante fare un grande confronto per razionalizzare la spesa e poter consentire a tutti di andare avanti. La forza di Milano è il pluralismo e quindi ci sono tante realtà che vanno fatte funzionare al meglio. Certo non si può immaginare che ciascuno la mattina si sveglia, crea un’orchestra e poi cerca i soldi nel pubblico. Però è necessario uno sforzo del pubblico di razionalizzare l’offerta e garantire livelli di qualità manageriale; promuovere maggiore attività culturali, pensiamo a quello che si potrebbe fare, per esempio, per i musei milanesi. Questa credo sia un’attività che, anche senza investire soldi, il Comune può fare sempre di più, svolgendo questo ruolo da regista. La Chiesa ambrosiana, con i propri Centri culturali, sta lanciando l’iniziativa di «Primavera di cultura. La sfida educativa». Quale ruolo può offrire anche sul fronte culturale?Questo è un punto molto importante. Ne sono sempre stato convinto quando ero assessore e lo ripeto adesso: la forza di Milano è che questa vivacità culturale non nasce dall’alto, non è soltanto frutto delle scelte politiche o delle strutture pubbliche, ma di una diffusione culturale anche del territorio, della sua vitalità nella società milanese. In questo contesto la Chiesa ambrosiana ha sempre svolto un ruolo storicamente fondamentale. Quindi che la Chiesa voglia continuare e lo fa attraverso le proprie ramificazioni, è molto positivo, perché è innanzitutto una voce di pluralismo. E perché la Chiesa per definizione è molto vicina al territorio, quindi può dare un contributo anche all’articolazione culturale che va sempre più curata e migliorata nei prossimi anni.Anche per non ridurre la cultura a una logica elitaria nel centro di Milano, ma che sia pervasiva nelle periferie…Esatto, questo è il punto fondamentale, ma senza farne un mito, è finito il tempo del teatro nel tendone. Però, il fatto che nelle periferie ci sono realtà culturali, non “portate” dal centro, ma che lì esistono è un fenomeno che va valorizzato, anche perché sono l’espressione stessa del volontariato, dell’entusiasmo, del dinamismo, che parte dal basso. Dà il volto di Milano, perché in fondo la città è sempre stata questa: una metropoli che anche nelle periferie riusciva a non fare soltanto dormitori, ma realtà socialmente vivaci – – Finazzer: «Soffiano venti nuovi» – Centri culturali cattolici: a servizio delle persone – Il 15 maggio convegno con Ruini

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