Un'orchestra davvero straordinaria, quella dipinta sulla cupola del santuario della Beata Vergine dei Miracoli e che celebra l'assunzione di Maria. Un capolavoro firmato da Gaudenzio Ferrari

Luca FRIGERIO
Redazione

E’ un riflesso di Paradiso, quello che si specchia nella cupola del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno. Il tempo si annulla nell’incanto di un divino concerto, lo spazio svanisce nel bagliore di mille colori. Ed ecco dita sottili pizzicare le corde di arpe e liuti, timide labbra accostarsi a trombe e flauti. Una, dieci, cento bocche di cherubini si schiudono a magnificare il nome di Maria che ascende al Cielo, attesa nell’abbraccio paterno di Dio. E un fremito percorre le angeliche schiere, un sorriso gentile anima le bionde teste ricciute. Fu Gaudenzio Ferrari a dipingere tale meraviglia, attorno al 1535, con grande impegno, con infinita passione. Un Gaudenzio ormai in là con gli anni, che aveva ultimato il suo impegno al Sacro Monte di Varallo e che, dopo aver ritratto le sofferenze del Cristo sul Calvario, volle forse rinfrancare qui il proprio animo con una visione celestiale, con una tavolozza smagliante di rossi e di azzurri, di verdi e di gialli. Dopo il dolore della Passione, ci piace pensare, Gaudenzio ritrovò a Saronno la gioia della Pasqua. E’ un riflesso di Paradiso, quello che si specchia nella cupola del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno. Il tempo si annulla nell’incanto di un divino concerto, lo spazio svanisce nel bagliore di mille colori. Ed ecco dita sottili pizzicare le corde di arpe e liuti, timide labbra accostarsi a trombe e flauti. Una, dieci, cento bocche di cherubini si schiudono a magnificare il nome di Maria che ascende al Cielo, attesa nell’abbraccio paterno di Dio. E un fremito percorre le angeliche schiere, un sorriso gentile anima le bionde teste ricciute. Fu Gaudenzio Ferrari a dipingere tale meraviglia, attorno al 1535, con grande impegno, con infinita passione. Un Gaudenzio ormai in là con gli anni, che aveva ultimato il suo impegno al Sacro Monte di Varallo e che, dopo aver ritratto le sofferenze del Cristo sul Calvario, volle forse rinfrancare qui il proprio animo con una visione celestiale, con una tavolozza smagliante di rossi e di azzurri, di verdi e di gialli. Dopo il dolore della Passione, ci piace pensare, Gaudenzio ritrovò a Saronno la gioia della Pasqua. Riferimenti biblici e teologici E sembra davvero che si siano tutti radunati su questa volta, gli angeli del Cielo, per dare lode all’Assunta. Vi ritroviamo gli annunciatori della divina volontà, scorgiamo gli alati messaggeri che visitarono i sogni dei profeti, riconosciamo quegli esseri di luce che sono tramite tra la terra e l’empireo, tra l’umano e l’eterno. Angeli dalle vesti tinte con i colori dell’arcobaleno, dai volti serafici, dagli sguardi sognanti. Sono loro, per dirla con le parole di Dante, «le sante corde che la destra del cielo allenta e tira». L’ispirazione per una simile opera, del resto, il Ferrari non dovette cercarla a lungo. Gli bastò ricordare quanto aveva udito in tante celebrazioni, nelle orazioni degli amici francescani. «Lodate il Signore nel suo santuario…», recita infatti il salmo 150, quello conclusivo del salterio. «Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra; lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti. Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti; ogni vivente dia lode al Signore. Alleluia». Dar forma a così alta poesia, questo rimaneva da fare a Gaudenzio. Non era poca cosa, certo, ma egli vi riuscì nel migliore dei modi. L’apparato orchestrale che Gaudenzio Ferrari ha descritto nella cupola di Saronno, infatti, è a dir poco sorprendente. Un’autentica enciclopedia degli strumenti musicali in uso nel Cinquecento, un repertorio di fiati e casse armoniche unico nel suo genere, minuzioso nei dettagli, realistico nella riproduzione, ma anche fantasioso nelle invenzioni. E sempre con un interesse vivissimo per il loro valore simbolico, non rinunciando a dotti riferimenti teologici, suggeriti forse al nostro pittore da quegli stessi frati che reggevano il santuario mariano. Tra flauti e liuti Bisogna prestare un po’ di attenzione, osservare con una certa pazienza, ma si è infine grandemente ripagati. Arpe, cetre e salteri sono subito riconoscibili, strumenti sacri per eccellenza, cantori dell’amore spirituale, nobilitati dal salmodiare di Davide e dall’incantesimo di Orfeo. Nell’immaginario medievale cinque corde aveva l’arpa su cui si intonavano le laudi della Passione, sette quella su cui risuonavano le note della santità, ed entrambe sembrano cullare in grembo gli angeli di Saronno. Due sono gli organi, strumenti al servizio della liturgia fin dall’epoca di Carlo Magno, assurti quasi a simbolo della martire Cecilia, patrona – seppur per un antico, quasi umoristico, equivoco filologico – della musica e dei musicisti. E molti sono invece i flauti che accompagnano il celestiale concerto: flauti diritti, flauti a becco, flauti traversi e siringhe di Pan, oggetti musicali antichissimi, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, fedeli compagni di feste paesane e di divertimenti popolani, ma anche attributi del Buon Pastore, e quindi dall’evidente significato sacrale. E si potrebbe continuare ammirando ancora i liuti e le viole, le trombe e i timpani, i cembali e le cornamuse… E perfino strumenti dall’aspetto curioso, come la ribeca o la giga, sorta di primordiali violini giunti dall’Oriente islamico e che ebbero il loro ultimo momento di gloria proprio negli anni in cui l’artista piemontese affrescava il tempio della Beata Vergine dei Miracoli. O dall’apparenza insolita, come la ghironda, un cordofono a sfregamento qui suonato dalle candide mani di un angelo, ma che in realtà faceva parte dell’armamentario di mendicanti e girovaghi. Una melodia celestiale Ma non è un semplice esercizio di stile tanta ricercatezza, né pura volontà di stupire. Il concerto angelico di Saronno, infatti, è sì rappresentazione dell’armonia celeste, ma anche metafora dell’intera umanità che, con le sue differenze, con la sua varietà di forme e linguaggi, è chiamata a glorificare la Vergine e dar lode all’Altissimo. Un’umanità finalmente redenta, dove non esistono più deboli né potenti, poveri o ricchi, né primi né ultimi. Dove, per rimaner nel simbolo, la nobile cetra suona accanto alla ghironda plebea, i flauti dei semplici insieme a ai liuti dei colti, senza più dissonanze, senza stonatura alcuna. E, a ben guardare, in questa orchestra paradisiaca compaiono perfino strumenti inediti e sorprendenti, impossibili da classificare: macchine ibride, nate dall’accostamento di parti diverse, esuberanti e perfino "eccessive". Si tratta probabilmente di pure invenzioni del Ferrari, di fantasiose rielaborazioni che, ancora una volta, vogliamo pensare abbiano tuttavia ben altro valore oltre a quello squisitamente estetico e decorativo. La melodia del Cielo, ci direbbe Gaudenzio, è talmente superiore a quella terrena che i nostri strumenti da soli non bastano a suonarla. E poi, come mettere limiti alla divina forza creatrice? –

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