Una pagina gloriosa quanto sconosciuta della nostra storia, e che tuttavia ha coinvolto oltre seicentomila uomini che scelsero la prigionia piuttosto che continuare la guerra al fianco di Hitler e di Mussolini. Un libro di Luca Frigerio ne raccoglie oggi documenti e testimonianze, da Lazzati a Guareschi, con i ricordi di Gianrico Tedeschi.


Redazione

09/05/2008

Lunedì 12 maggio, alle ore 18, presentazione presso il San Fedele a Milano.

Sembra incredibile, ma è una storia vera. Oltre seicentomila militari italiani, abbandonati a se stessi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, catturati e disarmati dai tedeschi, scelsero consapevolmente, volontariamente di rimanere prigionieri nei lager nazisti pur di non continuare a combattere agli ordini di Hitler e di Mussolini.

Una vicenda straordinaria, e che tuttavia è stata a lungo ignorata e dimenticata, quando non addirittura volutamente nascosta. Perchè scomoda, imbarazzante, non ben “classificabile” nel passaggio fra il ventennio fascista e l’Italia repubblicana, dalla dittatura alla democrazia.

Ma chi erano questi militari italiani che poterono tornare a casa solo dopo due anni di durissima prigionia, con le divise lacere e stremati, e che lasciarono lassù, tra i reticolati, quasi cinquantamila compagni? «Per la monarchia eravamo i testimoni scomodi dell’8 settembre. Per i fascisti eravamo dei traditori. Per i partigiani eravamo i relitti di un esercito monarchico compromesso dalle guerre fasciste, o, nel migliore dei casi, gli imbarazzanti concorrenti di “un’altra resistenza”», spiega oggi un ufficiale italiano internato nei lager. «Ma soprattutto, con la nostra scelta di dire “no!” al nazifascismo, e quindi con le nostre sofferenze nei lager, davamo fastidio a tutti coloro che una scelta avevano preferito non farla, in quei drammatici mesi della Repubblica di Salò, cercando di tirare a campare in attesa di vedere come andava a finire…».

Il giornalista Luca Frigerio ha raccolto nel libro Noi nei lager una quindicina di testimonianze di ex militari italiani internati nei campi di concentramento nazisti. Alpini e marinai, soldati e ufficiali, oggi più che ottuagenari, raccontano con grande lucidità ed emozionante passione i giorni tragici della loro deportazione nel Terzo Reich, rievocando le violenze e le umiliazioni subite, il lavoro coatto nelle industrie di guerra, la resistenza alle pretese nazifasciste, la fame e il freddo, ma anche tanti episodi di solidarietà e di umana pietà.

Un’esperienza durissima, condivisa anche da alcuni personaggi “celebri”, come l’attore Gianrico Tedeschi, che in questo libro racconta di come la sua vocazione per il teatro sia maturata proprio nei lager. O come Giuseppe Lazzati, straordinaria figura che fra le baracche riuscì a organizzare veri e propri corsi universitari e cenacoli di preghiera , costruendo le basi per una nuova società. O come Giovannino Guareschi, il papà di don Camillo e Peppone, che con la sua consueta arguzia seppe prendersi gioco dei carcerieri e infondere coraggio e speranza in tanti compagni di prigionia (come ricordano, in queste pagine, i figli Carlotta e Alberto). O ancora come padre Ernesto Caroli, cappellano militare e fondatore dell’Antoniano di Bologna : un’idea che gli nacque fra i reticolati, dopo aver condiviso di persona tanti bisogni e sofferenze…

Il volume è corredato anche da oltre trenta immagini che illustrano alcuni aspetti della vita dei nostri soldati nei lager nazisti. Foto in parte inedite, e quindi di straordinario interesse documentario, ma anche una selezione delle istantee fortunosamente scattate da Vittorio Vialli, coraggioso e geniale “fotoreporter” la cui storia è raccontata in modo particolareggiato grazie anche ai ricordi del figlio Bruno.

In appendice, inoltre, il libro di Luca Frigerio riporta una serie di relazioni e documenti di grande importanza, come le ricognizioni effettuate nell’agosto 1945 per cercare i corpi di 150 militari italiani uccisi dai tedeschi a Treuenbrietzn (i cui responsabili non sono mai stati perseguiti) o il resoconto inoltrato dal salesiano don Pasa al nunzio apostolico a Berlino sulle iniziative religiose intraprese durante la prigionia.

Traumatizzati da quella esperienza , delusi e mortificati dall’accoglienza in patria, i nostri soldati sopravvissuti ai lager fecero di tutto per rimuovere quella loro tragedia, dimenticando e facendosi dimenticare, evitando di partecipare a celebrazioni e rievocazioni, tacendo per lungo tempo anche in famiglia. Tanto, come scrisse Primo Levi e come gli stessi nazisti avevano previsto, qualunque cosa i deportati avessero raccontato non sarebbero stati creduti… Ma «la loro resistenza fu una pagina gloriosa», come scrive il professor Alfredo Canavero nella prefazione: «E’ anche grazie all’esempio di questi uomini dalla schiena dritta che poté nascere una nuova Italia libera e democratica».

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