Si tratta di una rara e preziosa collezione di manufatti copti, databili tra il IV e il X secolo, che testimoniano il sovrapporsi di grandi eredità culturali, dalla civiltà dei Faraoni all'arte ellenistica, fra simboli e immagini.

di Luca FRIGERIO

I più antichi sono stati realizzati prima della nascita di sant’Ambrogio, agli inizi del IV secolo. I più eleganti risalgono all’epoca in cui l’irlandese san Colombano scendeva in Italia, attorno al 610, per fermarsi a Bobbio. Gli ultimi sono contemporanei allo stendersi in tutta Europa di quel «candido manto di chiese» di cui parla Rodolfo il Glabro, agli albori del secondo millennio. Si tratta di tessuti. Tessuti che arrivano da lontano, dall’altra parte del Mediterraneo: bellissimi, preziosi, rari manufatti tessili dell’Egitto cristiano che appartengono al Museo Poldi Pezzoli di Milano e che oggi vengono esposti in una mostra che, per molti versi, può definirsi “inedita”. Perché questo è un “tesoro” davvero sorprendente e inaspettato, anche per chi conosce bene le raccolte e i capolavori della celebre casa-museo di via Manzoni.

Il conte Gian Giacomo Poldi Pezzoli è stato un collezionista raffinato, dal fiuto infallibile. E il primo direttore del suo museo, Giuseppe Bertini (pittore di talento, successore di Hayez alla guida dell’Accademia di Brera), nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha saputo non soltanto conservare, ma anche ampliare e completare quelle collezioni con acquisizioni “insolite” e straordinarie. Come questi tessuti copti, appunto, documenti e testimoni di una millenaria tradizione artistica, culturale e religiosa che ancor oggi resiste, e “fiorisce”, nonostante tutto, all’ombra delle Piramidi.

La parola “copto”, infatti, non è altro che un’abbreviazione del greco Aegyptos diffusasi dopo la conquista dell’Egitto nel VII secolo da parte degli Arabi, che così chiamarono gli abitanti della valle del Nilo, che a quell’epoca erano praticamente tutti cristiani. Egiziano, del resto, è il grande sant’Antonio Abate, fondatore del monachesimo orientale, così come il suo discepolo e biografo Atanasio, dottore della Chiesa e strenuo difensore del Credo niceno. Senza dimenticare l’importanza della scuola teologica di Alessandria d’Egitto, nei primi secoli del cristianesimo, con pensatori come Clemente e Origene…

L’arte che chiamiamo “copta”, insomma, assume un significato etnico e religioso insieme, riferendosi a quanto è stato prodotto nei secoli dai cristiani di origine egiziana. Un’arte dai confini necessariamente “sfumati”, se si considera che quest’antichissima terra ha visto svilupparsi la lunga civiltà dei faraoni, ha vissuto la rigogliosa stagione ellenistica, ha costituito la provincia più vasta dell’impero romano ed è stata direttamente influenzata dalla cultura bizantina prima della dominazione araba e musulmana.

Influenze diverse che si sono stratigrafate le une sulle altre in un linguaggio espressivo unico e affascinante, come si può osservare proprio negli antichi tessuti esposti al Poldi Pezzoli. Dove una sfinge si affaccia tra figure angeliche; danzatrici che agitano il sistro sacro a Iside si muovono accanto a santi con l’aureola; scene di caccia si stagliano su uno sfondo di motivi e di decorazioni che dall’antico Egitto attraversano i miti greci fino al calligrafismo islamico. Fra sintesi e contaminazioni, evocazioni e misteri.

È il caso, ad esempio, del mirabile ornamento di un cuscino, con tanto di frange, databile al VI secolo, che al centro riporta la figura di un centauro, per metà umano e per metà equino, munito di scudo. Nei racconti degli antichi greci queste creature appaiono brutali e selvagge: a causa della loro smodata frenesia per il vino e per le donne scatenano aspre lotte con gli uomini (come immortalato, ad esempio, da Fidia nel Partenone di Atene), che diventano il simbolo stesso del confronto tra la civiltà greca e la barbarie pelasgica, ovvero del trionfo della ragione ordinatrice sul caos primordiale.

Il cristianesimo riprende questa simbologia rivestendola di nuovo significato, per cui, come spiega anche il cosiddetto Fisiologo (un’opera che interpreta la natura in chiave allegorica al fine di illustrare insegnamenti etici o dogmatici cristiani e che fu composta proprio in ambito alessandrino fra il II e il IV secolo), il centauro rappresenta l’incarnazione stessa delle passioni peccaminose che assale lo spirito dei fedeli. Da qui si arriva direttamente a figure come quella che, ancor oggi, fa bella mostra di sé su un capitello romanico della basilica milanese di Sant’Ambrogio: ammonimento, sempre attuale, a non lasciarsi catturare dal vizio.

Una splendida occasione, insomma, per conoscere un’arte forse ancora poco nota, ma anche per capire un po’ meglio la storia e le tradizioni di quei cristiani copti originari dell’Egitto che vivono e lavorano nelle nostre città.

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