A Milano una grande mostra ripropone l'opera di un pittore ingiustamente "dimenticato", ma che oggi appare invece come una figura significativa tra simbolismo e Novecento, con un'autentica sensibilità per l'arte sacra.

di Luca FRIGERIO

Angiolo D'Andrea

Il volto allungato, le labbra serrate in una piega amara sotto un paio di baffetti alla Dalì, mentre una luce opaca scivola sulla fronte come una febbre liquida… Ci guarda, Angiolo D’Andrea, in questo magnetico autoritratto di uomo e pittore poco più che ventenne, la tavolozza e il pennello fra le mani a rivendicare il suo ruolo e la sua arte. Ma c’è già qualcosa di dolente, in quello sguardo. C’è un fondo di smarrimento, in quegli occhi. Come una invocazione d’aiuto, una richiesta di comprensione. Un presagio, chissà, di future, inevitabili delusioni…

Ha dovuto aspettare settant’anni, D’Andrea, per avere quella grande mostra che in vita non ha mai avuto. Vita probabilmente non triste, certamente non eclatante, vissuta in una sorta di clandestinità forse più cercata che imposta, e comunque difficile, in ogni caso tormentata. Perchè, e non è raro destino, non basta il talento per farsi apprezzare. Non è sufficiente la qualità, per farsi conoscere. Dunque artista incompreso, Angiolo? Si potrebbe anche dire così, sintetizzando un’umana vicenda semplice e complessa allo stesso tempo, ancora da svelare in diversi punti, in verità: artistici, storici, psicologici. Ma intanto la retrospettiva ora c’è, e proprio in quella Milano in cui ha svolto intera la sua carriera.

Fu autodidatta, Angiolo D’Andrea. O almeno dobbiamo pensarlo finchè non compariranno documenti sulla sua formazione artistica, solitaria o familiare che sia stata, in quel minuscolo quanto laborioso borgo friulano di Rauscedo in cui nacque nel 1880. Ma a vent’anni è già in viaggio per la penisola, lo sguardo curioso del pittor giovane, ammaliato dai monumenti, emozionato dalla natura, consolato dalla quiete bucolica come eccitato dalla frenesia dei capoluoghi italiani. Milano su tutti, certo. Milano che offre più opportunità, dove gli stimoli culturali sono più intensi, soprattutto per chi ancora non ha ben deciso se rimanere nella classicità o buttarsi nella modernità…

Con maestria, e perfino una sorta d’affetto (basta osservare i suoi quadri, per rimanerne contagiati) -, Angiolo ritrae scorci noti e originali della metropoli lombarda: la gran mole del Duomo, i tetti fumanti, le piazze affollate, i navigli silenti… Nel frattempo Camillo Boito lo chiama a collaborare alla sua rivista d’arte decorativa, e non è poca cosa per un esordiente. Del resto, proprio quello della “decorazione”, nell’accezione più alta e nobile del termine (che oggi fatichiamo forse a comprendere), resterà uno degli ambiti più congeniali al D’Andrea, a lungo impegnato a impreziosire le dimore della borghesia ambrosiana e pubblici palazzi (come nel nuovo ospedale di Niguarda), fino a mettere la sua firma in uno dei ritrovi più alla moda della città, il Caffè Camparino nella Galleria Vittorio Emanuele.

Eppure è nell’arte sacra che Angiolo D’Andrea sembra trovare la sua dimensione più autentica e vera. Lo dicono i numeri, anzitutto, considerando quante e quante volte l’artista friulano si è confrontato con le pagine evangeliche, specialmente quelle dell’infanzia di Gesù. Ma lo dicono soprattutto la passione e la bellezza con cui tinge le sue tele e le sue tavole, animate da un candore di gusto ancora preraffaellita, caratterizzate da un’eleganza mitelleuropea d’impronta secessionista, marcate da un’adesione istintiva al Simbolismo più autentico. Figure angeliche, per lo più, quelle di Angiolo, leggiadre ma mai leziose, delicate e impalpabili come la luce dell’alba, ammantate di tenerezza materna, nei volti santi e pudici della sue Madonne. Una pittura che, in quegli anni Venti del nuovo secolo, pare in consonanza con la visione artistica e religiosa della scuola Beato Angelico, come dimostra la reciproca stima fra il suo fondatore, monsignor Giuseppe Polvara, e lo stesso D’Andrea.

Nonostante qualche soddisfazione personale, al di là di alcuni riconoscimenti ufficiali, Angiolo D’Andrea sembra tuttavia rimanere sempre un po’ nell’ombra… Forse troppo schivo, il nostro artista, per battagliare in anni di avanguardie. Sicuramente non allineato con l’arte retorica e trionfalistica di regime, così urlata, così lontana dalla sue atmosfere sognanti e silenziose. Malato, presago della fine, in pieno conflitto mondiale Angiolo torna nel suo Friuli, dove muore nel novembre del 1942. Proprio mentre tutta la sua produzione rimasta nello studio milanese, oltre un centinaio di opere, viene acquistata in blocco dall’industriale Elio Bracco, che alla memoria del pittore friulano vorrebbe rendere omaggio con un grande evento. Quello che solo oggi, sempre per merito della Fondazione Bracco, si è infine realizzato. Una rassegna risarcitoria per lui, Angiolo D’Andrea, e per noi, che finalmente possiamo riscoprirlo.

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