A cinque anni dalla scomparsa della grande poetessa milanese, un ricordo del sacerdote che fu il "suo" parroco sul Naviglio.

di don Giuseppe VEGEZZI

Circa dieci giorni fa sono tornato, dopo molto tempo, sul Naviglio per una celebrazione nella mia ex parrocchia e lì non potevo non rivolgere il mio sguardo verso il portone di Ripa di Porta Ticinese 45 dove abitava la “mia” cara signora Merini (si arrabbiava molto con chi la salutava con un “Alda” o “Merini” senza il “Signora” e non era del suo giro confidenziale!).

Nella mente mi passano infinite immagini di momenti passati in quella casa e interminabili telefonate (ad ogni ora) uscite da quella casa nei dieci anni in cui ho avuto modo di stare accanto alla poetessa, fino al giorno della morte.

Ho potuto costatare più volte l’originalità e la profondità spirituale di questa donna anche se, come diceva lei, “le faceva male il fumo delle candele”, ma non era proprio così.

La prova l’ho avuta nell’ultima chiacchierata fatta due giorni prima che ci lasciasse quando ha voluto incontrarmi nella cucina degli infermieri del piano dell’ospedale San Paolo dove si trovava; sapeva benissimo che la morte si avvicinava e mi disse: «Lei sa bene che io, a mio modo, sono sempre stata profondamente credente in Dio e nella sua e nostra Madre e sono sicura che mi verranno ad accogliere: spero di  non dire qualche “bestiata” delle mie anche lì!»; le risposi che in Paradiso c’è sempre  gioia e lì si sarebbe trovata bene senz’altro!

Aveva la certezza che la sua vita sarebbe continuata in una modalità migliore di quella attuale e questa certezza le derivava dalla sua formidabile capacità di cogliere l’Assoluto nella realtà che la circondava, anche se non sempre ne aveva la consapevolezza.

Più volte dopo aver letto alcuni suoi scritti come il “Poema della Croce”, il Magnificat e altri meno conosciuti le chiedevo: «Ma Merini, dove è andata a prendere queste illuminazioni?», immancabilmente mi rispondeva: «Il poeta è un po’ come voi preti, anzi no, come i profeti che sono illuminati dallo Spirito e dicono cose che vengono dall’alto!».

È proprio vero, più volte in lei ho visto dei cambiamenti improvvisi (non di umore che erano scontati) di percezione della situazione che stava vivendo.

Un esempio: diverse volte dovevo ricordarle i suoi impegni pubblici e così una sera alle 18.40 le ricordo che sarebbero venuta a prenderla per la conferenza delle ore 19.00 presso l’Università Bocconi, dove insieme a Mons. Ravasi (che stimava moltissimo) doveva intervenire su un personaggio della Genesi, Giuseppe, figlio di Giacobbe. Mi chiese cosa poteva dire di quest’uomo che si era trovato la fidanzata incinta per opera dello Spirito santo… compresi che aveva sbagliato Giuseppe. In qualche minuti le spiegai di che Giuseppe si trattava. Suonò il campanello e andò.

Mi dissero che fece un meraviglioso intervento da ogni punto di vista nel rileggere la vicenda di Giuseppe: sono certo che in lei agiva qualcosa d’altro.

Ora a cinque anni dalla morte dall’alto starà sorridendo delle nostre interpretazioni della sua poliedrica personalità, lei che amava definirsi anche “La poetessa della porta accanto che sta sul Naviglio”!

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