L'artista e collezionista, scomparsa a 83 anni la scorsa primavera, ha donato ai gesuiti la sua straordinaria raccolta di arte contemporanea, nata dalla collaborazione e dall'amicizia con protagonisti del secondo Novecento come Lucio Fontana e Piero Manzoni. Opere che si inseriscono nel percorso fra arte e fede della chiesa milanese.

di Luca FRIGERIO

C’è chi è esperto dell’arte della seconda metà del Ventesimo secolo, in Italia e nel mondo. E c’è chi poteva dire di averne conosciuto i protagonisti, di aver discusso con loro di progetti e mostre, di aver mangiato e bevuto alla stessa tavola, di aver intrecciato amicizie e sentimenti. Come Nanda Vigo, appunto, artista essa stessa, collezionista per “condizione naturale”, più che per scelta, che nell’arco della sua lunga carriera e della sua vita entusiasmante ha condiviso importanti tratti di strada con alcuni dei maggiori interpreti della scena artistica italiana e internazionale: serbando, di ciascuno e di ogni incontro, un ricordo, una testimonianza, un lavoro.

L’eccezionale raccolta d’arte contemporanea di Nanda Vigo è nata così, amicizia dopo amicizia, collaborazione su collaborazione. Opere che la “signora della luce”, com’era chiamata dai colleghi e amici artisti per le sue ricerche sul rapporto tempo/spazio e luce/trasparenza, considerava non come pezzi da museo ma come tasselli della propria esistenza, disseminati nelle stanze della sua casa milanese, evocando memorie personali e avventure culturali. E oggi che Nanda non c’è più, portata via dalla pandemia nella primavera scorsa, a 83 anni, quando ancora sembrava inesauribile per energia e idee, ecco che la sua straordinaria collezione rivive negli spazi del San Fedele a Milano, per donazione, secondo la sua espressa volontà.

Si tratta di una decisione non casuale, naturalmente. Innanzitutto per l’affetto e la stima che, soprattutto in questi ultimi anni, hanno legato la Vigo e i gesuiti milanesi. Poi per ragioni storiche, se si considera che proprio il Centro Culturale San Fedele ha “tenuto a battesimo” esperienze artistiche d’avanguardia, come ad esempio il “Movimento Arte Nucleare”, ospitando negli anni Cinquanta e Sessanta le performances, a volte d’esordio, di giovani artisti destinati a diventare stelle di prima grandezza nel firmamento dell’arte contemporanea.

Con Lucio Fontana, ad esempio, Nanda Vigo ha condiviso la genesi creativa dei celebri “tagli”, l’intuizione di attraversare la superficie della tela per aprirsi a un “oltre”, superando il reale verso una dimensione infinita. Un “Concetto spaziale” gravido di molteplici significati, evidenziati proprio nell’opera Attesa, del 1961, ora esposta nei suggestivi spazi ipogei del San Fedele, che presenta una rara superficie argentata, materica, quasi una “pelle” pittorica capace di incorporare valenze scultoree (quelle sculture, infatti, di cui Fontana era maestro, come testimonia la straordinaria Via Crucis collocata nella cripta stessa della chiesa milanese dei gesuiti), alludendo al tema della nascita, ma anche della vulnerabilità della condizione umana.

Con Piero Manzoni, poi, Nanda aveva stretto un sodalizio non solo artistico, ma anche sentimentale. Il geniale artista, morto a soli 30 anni nel 1963, chiamato giovanissimo ad esporre alla Galleria San Fedele da padre Favaro (come raccontano le foto e i documenti dell’epoca in mostra), aveva sperimentato l’uso di materiali “acromatici”, come le tele imbevute di caolino, ma anche il polistirolo e la lana di vetro, alla ricerca di spazi “totali”, aperti a infiniti significati possibili. Un viaggio verso il limite, sempre più estremo, sempre più spinto, che ha portato Manzoni ad aperte provocazioni nei confronti del mercato dell’arte, perfettamente riuscite, come nel caso del Corpo d’aria e dell’Uovo con impronta, fino alle famigerate scatolette con escrementi d’artista, di cui la Vigo possedeva, non a caso, proprio la numero uno.

E poi i lavori di Otto Piene, Heinz Mack e Günther Uecker, fondatori in Germania del “Gruppo Zero”, nel 1961, un movimento a cui aderisce Vigo stessa e che manifesta la volontà di fare tabula rasa delle convenzioni fino ad allora vigenti per dare vita a un’arte nuova, sperimentale, libera, aperta a influssi provenienti anche dal mondo tecnico e scientifico. Ma anche le icone della Pop Art, dalla smagliante Marilyn di Andy Warhol ai décollages di Mimmo Rotella. Fino alle raffinate creazioni su perspex (come il più noto plexiglass) del grande architetto e designer Gio Ponti, di cui Nanda fu stretta collaboratrice.

Una collezione straordinaria, insomma. Che lungi dall’essere avulsa dal contesto del Museo San Fedele, ne costituisce anzi il punto iniziale, inserendosi pienamente nel percorso che si snoda nella chiesa milanese. «Queste opere – spiega infatti il direttore Andrea Dall’Asta SJ – fanno emergere quella dialettica tra arte e fede, tra presente e passato, tra ricerca umana e ricerca religiosa che esprime il desiderio dell’uomo di vivere un’esperienza da cui affiori quanto è autenticamente umano, continuamente tesa tra vita e morte, dolore e gioia, aspirazione a un destino di comunione e di fraternità».

Il Museo San Fedele a Milano (piazza San Fedele, 4), con la Collezione Nanda Vigo, è aperto sabato dalle 10 alle 18 e domenica dalle 14 alle 18. Biglietto di ingresso 5 euro. Per informazioni: www.sanfedeleartefede.it

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