Dalla Francia e dalla Germania, per strade diverse, ma pressochè contemporaneamente, migliaia di ragazzini giunsero in Italia otto secoli fa per andare a liberare la Terra Santa. Un evento sconvolgente, ancor oggi avvolto da molti misteri...

di Luca FRIGERIO

1212 Crociata bambini Dorè

Ottocento anni fa, nell’estate del 1212, una moltitudine di fanciulli attraversava le campagne francesi e i boschi della Germania con canti di giubilo e inni sacri, suscitando ovunque stupore e sconcerto. Molti di loro indossavano una croce di colore rosso o si fregiavano del simbolo del tau: la loro meta, proclamavano, era Gerusalemme, il loro scopo liberare la Terra Santa dal dominio musulmano. Una crociata, insomma. Una crociata «inaudita» e «meravigliosa», ma anche «sciocca» e «ispirata dal diavolo», come fu variamente definita dagli stessi cronisti medievali.

Già, ma chi erano questi ragazzi e queste ragazze che sconvolsero l’Europa dell’inizio del XIII secolo? Cosa e chi li muoveva? Nonostante le molte testimonianze, infatti, non è facile ricostruire con chiarezza cosa sia realmente accaduto attorno a quella straordinaria e inquietante vicenda passata alla storia come la “crociata dei bambini”. Un fenomeno complesso e dalle molte sfaccettature, spontaneo e popolare, con una forte componente di ribellione, che pare manifestarsi pressoché contemporaneamente in diverse parti dell’Occidente cristiano con modalità e aspetti comuni, in un contesto storico agitato da vibranti fermenti sociali e spirituali.

Le fonti, in ogni caso, narrano che nella primavera del 1212 a Cloyes, un modesto villaggio della Loira, un pastorello di nome Stefano rivelò che Cristo stesso gli aveva affidato la missione di convincere il re di Francia a intraprendere una nuova crociata per riconquistare il Santo Sepolcro. Attorno a lui, nel cammino verso Parigi, ben presto si radunò una folla enorme di coetanei (trentamila, dice la Cronaca di Laon). Ma Filippo II, già reduce da un’altra crociata, non volle dare ascolto al giovane veggente e ai suoi seguaci, ordinando loro di tornare alle proprie case. I fanciulli, però, invece di disperdersi ripartirono verso il sud della Francia, per raggiungere il mare e imbarcarsi alla volta della Terra Santa.

Ad ogni tappa la schiera dei piccoli crociati andava aumentando, accompagnata, fra lo stupore generale, ora dall’incoraggiamento di alcuni, ora dai tentativi di dissuasione di altri. E se i vescovi delle diocesi attraversate da questa stupefacente spedizione si mostravano per lo più perplessi o apertamente contrari a un’impresa che giudicavano assurda, non mancarono sacerdoti e religiosi che diedero la loro benedizione e che perfino si unirono all’insolita armata.

Dal porto di Marsiglia, Stefano e i suoi partirono dunque con sette navi, messe a disposizione da alcuni mercanti con una generosità a dir poco sospetta… All’improvviso, infatti, «il favore divino sembrò abbandonare quegli stupidi bambini», come scrisse con durezza un cronista del tempo: il convoglio fu prima investito da una terribile tempesta al largo della Sardegna e i superstiti, traditi da chi aveva dato loro aiuto, furono venduti come schiavi al sultano d’Egitto. Un tragico epilogo che a molti osservatori parve la conferma della follia di quell’insana avventura.

Anche in Germania, tuttavia, nelle stesse settimane si era verificato qualcosa di assai simile. A Colonia, infatti, un altro adolescente, di nome Nicola, cominciò ad affermare che un angelo gli era apparso esortandolo a predicare una nuova crociata per liberare Gerusalemme. A dargli ascolto, anche in questo caso, furono soprattutto i più giovani, che, accorsi a migliaia, come un fiume in piena si portarono lungo il Reno per poi scendere verso l’Italia. Segnata da un numero ancora maggiore di eventi miracolosi, anche questa impresa di matrice tedesca fu guardata con lo stesso, duplice atteggiamento di scetticismo e di euforia.

Faticosamente giunti in Lombardia attraverso diversi valichi alpini, e quindi in gruppi separati, i fanciulli crociati furono segnalati a Piacenza e a Cremona alla fine di agosto. Non sappiamo se i pueres passarono anche per Milano alla fine di agosto: una presenza, la loro, che avrebbe potuto creare più di un problema, e non solo di ordine pubblico. Le autorità comunali, infatti, nella lotta per il potere imperiale si erano apertamente schierate a favore del sovrano tedesco Ottone IV, suscitando l’anatema di papa Innocenzo III che a quel tempo sosteneva invece Federico II di Svevia. Ospitare in città un numero così elevato di quegli "strani" pellegrini germanici, insomma, poteva apparire un pericoloso e ulteriore segno di sfida nei confronti del Pontefice…

Nicola però puntava al mare, anche se per arrivare in Terra Santa non credeva di avere bisogno di navi, come il suo sfortunato collega francese. Egli, infatti, sentiva di essere un novello Mosè, così che le acque del Mediterraneo si sarebbero ritirate davanti alle sue truppe come quelle del Mar Rosso con il popolo d’Israele. Ma una volta arrivati a Genova, i teutonici dovettero constatare che il prodigio non sembrava volersi ripetere… Delusi e amareggiati, la più parte di quei ragazzi cercò di tornare sui propri passi, mentre alcuni, tenacemente, proseguirono verso il Tirreno o l’Adriatico per cercare di raggiungere comunque le coste del Medio Oriente.

Di Nicola non si seppe più nulla: secondo alcuni cronisti egli rientrò a Colonia di nascosto, per altri vagò in Italia, dimenticato da tutti. Ma ci fu anche chi giurò di averlo visto durante l’assedio di Damietta in Egitto, ormai ventenne, mentre lottava valorosamente contro gli infedeli, indossando le armi dei crociati.

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