Sabato 4 e domenica 5 ottobre 2014, l'abbazia di Morimondo ricorda la presenza dei primi monaci della riforma benedettina nella campagna vicino ad Abbiategrasso con una serie di iniziative, fra storia, musica, gastronomia: le messe saranno presiedute da mons. Bressan e mons. Mosconi. Il ruolo di san Bernardo, il legame con la casa-madre di Morimond in Borgogna.

di Luca FRIGERIO

Morimondo tiburio

I loro nomi sono giunti fino a noi, custoditi nelle antiche carte: quello di Gualguerio, innanzitutto, il primo abate; e poi quelli di Ottone, Algisio, Arnoldo, Enrico, Pietro, Bertramo… Tredici uomini in tutto, come gli apostoli, evangelicamente guidati dal loro maestro. Monaci del neonato ordine cistercense, che dalla casa madre di Morimond, in Borgogna, venivano ora inviati oltre le Alpi, sulla riva sinistra del Ticino: i primi, tra i bianchi riformatori della regola benedettina, a insediarsi stabilmente in terra lombarda.

Era il 4 ottobre del 1134, ottocento e ottanta anni fa. Possiamo soltanto immaginare l’entusiasmo, la fiducia, le aspettative, ma anche la comprensibile apprensione, che accompagnavano quei discepoli di Stefano Harding in questa straordinaria avventura. Un’avventura che darà molti e duraturi frutti, e che ancor oggi è ricordata proprio presso l’abbazia di Santa Maria di Morimondo, nella campagna vicino ad Abbiategrasso, con una serie di celebrazioni e di iniziative (il programma nella locandina allegata).

Morimond era stata la quarta filiazione di Cîteaux (in latino Cistercium, da cui il nome del nuovo ordine monastico), dopo quelle di La Ferté, Pontigny e Clairvaux. Abbazie che in pochi anni avevano generato fondazioni non solo in Francia, ma in tutta Europa, così che un di nuovi monasteri aveva avvolto la cristianità d’Occidente: oltre settecento in meno di due secoli. Un fervore che certamente ha avuto il suo in quella personalità eccezionale che fu Bernardo di Chiaravalle, il (come lo definiscono i medievisti), che pur non essendo il fondatore dei cistercensi ne è stato tuttavia la figura più splendida e prestigiosa.

Lo stesso Bernardo si trovava a Milano, in quell’anno di grazia 1134, chiamato a dirimere delicate questioni cittadine ed ecclesiastiche, e la sua presenza non può essere estranea all’arrivo nella diocesi ambrosiana di quella prima delegazione cistercense. Certo, Bernardo era abate di Clairvaux (e infatti lascerà a Milano un gruppo di “suoi” monaci che, di lì a poco, daranno vita al cenobio di Chiaravalle), ma una profonda amicizia lo legava ai confratelli di Morimond, che già più volte si erano rivolti a lui per consigli, aiuti e assistenza. Così che la stessa fondazione di Morimondo nella diocesi milanese divenne allora simbolo della concordia ritrovata, laddove per interessi politici e di potere si era perfino sfiorato lo scisma

Morimundus, cioè “morire al mondo”, avevano chiamato i monaci quell’abbazia nella boscosa vallata del Flambart. Un motto, di più, un programma di vita: che proprio nel simbolo della croce associata alla parola latina “mors” (morte) rivendicavano il desiderio di vivere da risorti in Cristo.

Ma “Morimond” era anche il toponimo celtico che da sempre indicava quella selvatica zona della Borgogna, e che potrebbe essere tradotto come “monte della palude”. Un altro richiamo alla missione stessa dei cistercensi, che, fedeli all’Ora et Labora del padre Benedetto, si impegnavano con il lavoro delle loro mani a trasformare luoghi aspri e selvaggi in terre fertili e feconde (“chiare valli”, appunto), facendosi portatori della Luce della Parola di Dio nel Creato stesso.

Anche la valle del Ticino attendeva l’opera laboriosa dei nuovi monaci. Che si insediarono prima a Colonago, l’attuale Coronate, e poi, circa due anni più tardi, proprio nell’area dove sorgerà l’abbazia di Morimondo (l’unica che, fra le molte fondazioni, ancora ricorda nel nome l’originaria casa-madre). Partendo, è facile immaginare, da una semplice chiesa in legno, con i ricoveri per i religiosi, i depositi per gli attrezzi e i prodotti agricoli, la fornace dove produrre i mattoni. Quei rossi mattoni che ancor oggi si infiammano sotto i raggi del sole.

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