«Ho avuto la fortuna di seguire da vicino il card. Dionigi Tettamanzi e il suo stile di vita fin dal lontano 1959, quando lui di ritorno da Roma con una laurea in teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana e io, prete novello, ci siamo trovati giovani professori per gli alunni della scuola media nel Seminario arcivescovile di Masnago». Partono da qui i ricordi di mons. Gervasio Gestori, amico e collega di don Dionigi in seminario e poi suo collaboratore alla Cei.

Gervasio Gestori
Vescovo di San Benedetto del Tronto, Ripatransone e Montalto

Mons. Gervasio Gestori, vescovo di San Benedetto del Tronto, Ripatransone e Montalto

Nell’autunno del 1959 ci trovammo entrambi – don Dionigi ed io – insegnanti di Lettere ai numerosi alunni del seminario di Masnago, alla periferia di Varese, partendo dal famoso latinuccio di rosa-rosae, il prof. Tettamanzi in prima media, sezione B e io nella sezione D. A questo insegnamento egli aggiungeva quello di docente dei chierici prefetti, ai quali impartiva settimanalmente numerose lezioni in alcune discipline teologiche. La cordialità tra i colleghi professori (una decina di giovani preti) era meravigliosa, fortemente alimentata dal rettore mons. Vincenzo Vismara, e non era priva di frequenti momenti di svago e di gesti scherzosi, dai quali non rimaneva esente il futuro Arcivescovo. Nel frattempo don Dionigi prestava aiuto pastorale nella vicina parrocchia di Masnago, seguendo con speciale cura il gruppo dell’oratorio femminile.

Dopo un anno all’ombra del Sacro Monte di Varese passammo nel seminario di Seveso. Don Tettamanzi aveva ormai il compito della formazione teologica di una trentina di seminaristi, che svolgevano il compito di prefetti presso gli alunni delle medie e del ginnasio. Intanto il santuario annesso al seminario vedeva il suo ministero sacerdotale molto richiesto, specialmente nel campo della predicazione e delle confessioni. In quella parrocchia, allora guidata da padre Luigi Garzoni, grande estimatore di don Dionigi, sono ancora molti i simpatici ricordi di questa presenza pastorale.

Trascorsero così gioiosamente otto anni e nel 1968 fummo chiamati al seminario di Venegono dall’allora rettore maggiore mons. Giovanni Colombo. Il prof. Tettamanzi si era ormai fatto un nome: incominciava a essere conosciuto in tutta la Diocesi come predicatore e come relatore sui temi della morale, e la richiesta per conferenze da parte delle parrocchie, dei decanati e di gruppi qualificati diventava sempre più vasta. La sua docenza di teologia morale nella Facoltà teologica del Seminario aveva la dote di abbinare chiarezza e semplicità, rigore scientifico e sicurezza dottrinale. Intanto veniva conosciuto anche fuori Milano e incominciò a ricevere inviti per incontri culturali in molte città della Penisola. Come facesse ad arrivare in tanti posti per le conferenze e i convegni, mantenendo fede all’orario delle lezioni in seminario – senza godere almeno palesemente del dono della bilocazione – rimane ancora cosa misteriosa.

Anche la produzione scritta andava aumentando: gli articoli sulle riviste erano sempre più numerosi (non gli bastava quella del seminario di Venegono «La Scuola Cattolica») e i libri uscivano con tale imprevedibile frequenza, che poneva a qualche amico l’evidente problema di come facesse a comporli. Quasi proverbiale era la sua macchina per scrivere, che impavidamente ticchettava anche nelle ore più impensabili. In quel tempo sorse pure una collaborazione con il collega don Aldo Locatelli, professore di Teologia fondamentale, per far partire una collana di piccoli testi, con la finalità di presentare in maniera chiara e rigorosa, in forma quasi catechetica, alcune tematiche teologiche e culturali allora maggiormente dibattute.

Non mancarono in quegli anni le interviste alla radio e ai giornali e anche le chiamate a Roma incominciarono a farsi sempre più frequenti per consulenze presso i dicasteri della Santa Sede. Accanto a questi ministeri, diremmo “alti” e prestigiosi, don Dionigi continuava a prestare nei limiti del possibile la sua azione pastorale presso la parrocchia di Turate, dove era atteso la domenica mattina come “il professore” ed era ascoltato con venerazione. Nel 1974 diede inizio con qualche collega di Venegono a un corso teologico per laici presso il collegio Ballerini di Seregno. Ricordo che si partiva il venerdì sera dal colle del “Belvedere” di Venegono per questa iniziativa, alla quale si era dato il nome di “Scuola teologica della Brianza”. Oltre duecento persone venivano ad ascoltare le nostre proposte di riflessione non esenti da serio impegno intellettuale con una fedeltà e con un entusiasmo che stupivano.

Nel 1984 la nostra condivisione per un lavoro educativo nel seminario arcivescovile e per gli incontri con clero e laici fuori diocesi ebbe uno stacco, in quanto chi scrive venne chiamato dal card. Martini alla parrocchia dei santi Alessandro e Margherita di Melzo. Passarono solo alcuni anni e ci ritrovammo a Roma nella primavera del 1991, quando il Santo Padre chiese a mons. Tettamanzi, da settembre 1989 arcivescovo di Ancona-Osimo, di lasciare quella Chiesa locale per assumere il prestigioso incarico di Segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Mi trovavo a Roma come sottosegretario della Cei dal 1989 e divenni così il suo primo collaboratore, con la fortuna di stargli accanto nel servizio delle diocesi del nostro Paese in anni di transizione socio-politica per l’Italia e in momenti qualificanti per le nostre Chiese, che erano chiamate ad attuare gradualmente le riforme concordatarie del 1984 e a proporre cammini pastorali adeguati al nostro mondo in forte cambiamento.

Mi si chiederà quale fosse lo stile di questo servizio romano per le diocesi italiane e non mi è difficile rispondere che mons. Tettamanzi sapeva affrontare i diversi problemi sempre con una chiara prospettiva pastorale, che non escludeva affatto la necessaria lucidità intellettuale e la conseguente concretezza operativa, ma che voleva mirare soprattutto e innanzitutto al bene vero delle persone e al rispetto dei cammini spirituali autonomi delle singole Chiese locali. Allora erano frequenti le conferenze stampa, durante le quali le domande dei giornalisti avevano come oggetto soprattutto tematiche politiche e partitiche (erano gli anni, per esempio, di Tangentopoli e della fine della Democrazia cristiana e del Partito socialista). Mons. Tettamanzi onestamente non rifuggiva da nessuna richiesta e affrontava anche questi argomenti “scottanti” con la calma del pastore lungimirante, che si lascia condurre dalla luce della Parola del Signore.

Nella segreteria generale della Cei il ritmo di lavoro del futuro Arcivescovo di Milano era intenso, con le udienze quotidiane del mattino, la preparazione di documenti e la partecipazione ai numerosi convegni. I collaboratori sapevano di godere della sua fiducia, gli impiegati sentivano il segretario generale molto vicino, si respirava un clima familiare. Al sabato la segreteria generale della Cei ufficialmente chiudeva. Era il momento in cui salivo nell’appartamento privato di mons. Tettamanzi per prendere insieme il caffè di metà mattinata, gentilmente preparato dalla fedele Marina e con la frequente presenza del prezioso segretario particolare don Angelo Pirovano.

In questi momenti ci si fermava per un confronto sereno su alcuni argomenti di lavoro bisognosi di essere affrontati con maggiore calma ed era anche l’occasione per riandare a qualche ricordo del seminario e della Diocesi ambrosiana, alla quale ci sentivamo sempre fortemente legati dai vincoli di una figliolanza spirituale per avere ricevuto la vita cristiana, l’educazione alla fede e i grandi doni sacramentali del Signore. Erano momenti di sana nostalgia e di sincero amore per la grande Arcidiocesi di Milano e per la sua lunga storia, ricca di eventi importanti, di istituzioni preziose, di comunità autenticamente cristiane, di prestigiose figure di pastori, di tantissimi sacerdoti e laici, esemplari per generosità e per santità di vita. Ora per Sua Eminenza il cardinale Dionigi Tettamanzi questa Chiesa è diventata la sua Sposa, da amare appassionatamente e da servire generosamente.

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