Suor Robertina Buho ha 70 anni e un viso solcato da rughe che ancora sa aprirsi al sorriso. Ha affiancato Vismara per anni nell’apostolato nei villaggi. Lo ricorda come uomo molto concreto, impegnato in varie attività manuali, ma «dedito alla meditazione e alla preghiera»

di Gerolamo FAZZINI
Inviato in Myanmar

Padre Corti nella sua missione

A Monglin – prima, storica missione di padre Vismara – il recente terremoto in Myanmar ha lasciato il segno. La vecchia chiesa costruita da padre Clemente s’è sbriciolata e così l’orfanotrofio, mentre la statua eretta in suo onore qualche anno fa ha resistito all’urto e se ne sta lì, in mezzo al prato, quasi a sorvegliare quel che resta della missione.
A poche decine di metri di distanza, nel convento delle suore, la memoria di padre Clemente è ancora vivissima. Le suore di Maria Bambina sono state, per decenni, una “spalla” insostituibile per padre Clemente. Che a loro, e in generale alle religiose, dedica alcune pagine mirabili nei suoi libri, tributando una gratitudine tutt’altro che retorica.
Suor Robertina Buho ha 70 anni, un viso solcato da rughe, ma che ancora sa aprirsi al sorriso. Ha affiancato padre Clemente per diversi anni nell’apostolato nei villaggi. Di lui ricorda che era un uomo molto concreto, sempre impegnato in varie attività manuali eppure, al tempo stesso, «era molto dedito alla meditazione, dedicava parecchio tempo alla preghiera». E aggiunge: «Sono andata spesso nei villaggi con lui ad assistere i poveri e a distribuire medicine; era un uomo pieno di carità». Tanto preso dalla passione per gli altri che, alla sua morte, non aveva più niente di suo: «Quando è morto, l’abbiamo lavato e gli volevamo cambiare l’abito, ma abbiamo faticato perché non aveva vestiti, non aveva più nulla».
Sister Ann Mary Sheng Phu appartiene alla stessa congregazione. Aveva solo 12 anni alla morte di padre Vismara, eppure ricorda perfettamente che «anche negli ultimi tempi, quando era molto anziano e provato, padre Clemente continuava a sorridere e scherzare». Suor Ann Mary racconta che deve la sua vocazione religiosa alla testimonianza di padre Vismara: «Anche oggi, quando mi trovo a vivere momenti di scoraggiamento, prego padre Clemente e la nostra suor Battistina Sironi (sua infaticabile collaboratrice) e sento che mi aiutano, dal cielo mi illuminano».
Il padre di sister Ann Mary, Francisco, oggi anziano, è stato un catechista che Vismara considerava una sorta di braccio destro nella sua ultima missione di Mongping. Ha affrontato ore di viaggio per venire a portare la sua testimonianza. Al pari di tanti altri uomini e donne intervistati, colpisce l’estrema semplicità del racconto di Francisco, che inanella fatterelli ordinari di carità spicciola, di attenzione ai piccoli, agli orfani in particolare, ma che egli (e tanti altri come lui) caparbiamente vogliono affidare a chi è venuto dall’Italia, certi di una cosa sola: che padre Clemente è stato un uomo di Dio.
La medesima sensazione l’avvertirò qualche giorno dopo a Nang Pai, nel nord della Thailandia, un villaggio di etnia shan composto quasi esclusivamente da rifugiati birmani (il confine è a pochissimi chilometri) quasi tutti battezzati proprio da padre Vismara. Ognuno ha un ricordo semplice, ma vivo nelle memoria e, soprattutto, tanti affermano a chiare lettere di continuare a pregare padre Clemente come un santo, affidandogli problemi, malattie e casi della vita (la figlia scappata in città e di cui non si sa più nulla…). «Non potendo acclamarlo beato prima del tempo – spiega padre Claudio Corti, missionario del Pime di stanza nella zona – hanno costruito una cappella dedicandola a san Clemente Papa». Ma all’interno è la foto del brianzolo Vismara che campeggia…
Chi non può che avere un debito di riconoscenza del tutto speciale verso il neo-beato è Joseph Tayasoe, oggi ventenne, che nel 1998 fu protagonista dell’incidente che determinò il miracolo che ha spianato la strada alla beatificazione di Vismara. «Allora avevo 8 anni e vivevo nell’orfanotrofio di Mongyon – racconta -. Per gioco sono salito su un albero, per poi precipitare a terra da oltre tre metri. Ho perso conoscenza. Mi hanno raccontato che sono stato ricoverato in ospedale giudicato senza speranza». Joseph deve la vita a Dio e alla fede di una suora tenace, che si mise a pregare padre Vismara chiedendo la grazie della guarigione. E l’incredibile avvenne, nonostante la gravità della situazione: una ferita di 18 centimetri alla testa, quattro giorni di coma e il parere disperato dei medici. «Sono più che mai convinto che padre Clemente sia un grande uomo che continua ad aiutarci dal Cielo, con un occhio speciale per i poveri e i ragazzi. Come ha sempre fatto per tutta la sua vita».

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