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Redazione Diocesi

Il solco rischia di farsi ancora più profondo quando le culture lasciano il posto alle religioni.
La violenza è insita nel cuore dell’uomo.
Se ne trovano tracce profonde perfino in quel “centro” delle religioni che sono le Sacre Scritture.

Ciò avviene tanto nella Bibbia, che nel Corano e nel Mahabharata, senza differenze tra oriente e occidente.
Basta leggere nella Bibbia ebraica le conseguenze dell’adorazione del vitello d’oro (Esodo 32,26-28), oppure in quella cristiana alcune parabole di Gesù (Luca 19,27; 20,16), o ancora il colloquio tra Àrjuna e il divino Krishna che apre la Bhaghavad gita, il testo sacro degli indù.

Dunque la violenza è nel “cuore” delle religioni. E forse non può che essere così: per una critica al male, condivisa dalle religioni, occorre partire dal male.
La tentazione umana di fermarsi al male e di utilizzarlo in funzione di un presunto bene è molto forte. È così che dal cuore delle fedi si sviluppa il germe del fondamentalismo.

La ricerca comincia con il recupero dei fondamenti di una fede minacciata dalla secolarizzazione e termina con la pretesa di afferrare la verità (cioè Dio) e di tracciare un confine netto tra il bene (noi) e il male (gli altri).

La salvezza del mondo dipende allora dalla vittoria della luce sulle tenebre e giustifica la scalata dei fondamentalisti al potere politico ed economico.
Il bisogno di radicalità che attraversa oggi le religioni deve porsi chiaramente in contrapposizione con la tendenza a trasformare la fede religiosa in un’ideologia intollerante e fondamentalista.

Per questo occorre un atteggiamento dialogico.
Raimon Panikkar, gesuita, sacerdote e profondo conoscitore della tradizione hindù sostiene in un suo libro che il dialogo è in se stesso un atto religioso: «Lotto per la verità e posso anche credere di aver trovato la verità nella mia religione. Ma non sono il solo cercatore della verità. Se sono umile nella mia ricerca – cioè onesto -, non solo proverò rispetto per la ricerca degli altri, ma persino mi unirò a loro – non solo perché quattro occhi vedono meglio di due, ma per un motivo più profondo: gli altri (…) (sono) fonti di conoscenza. L’uomo non è solo un oggetto (…) ma anche un microcosmo e un mikrothéos, (…) un tempio dello Spirito Santo» (Incontro delle religioni: l’indispensabile dialogo, Jaca Book, Milano 2001).

Nella ricerca della verità ciascuno di noi porta, attraverso se stesso, la propria tradizione e nell’incontro con l’altro si apre al cambiamento e costruisce la pace.

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