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Redazione Diocesi

La Bibbia ci insegna che, nel massimo dell’angoscia, al momento dell’uscita dal paese d’Egitto, mentre gli egiziani, con in testa il faraone, si precipitavano sugli Ebrei per riportarli in schiavitù e mentre questi ultimi erano presi in trappola, perché davanti a loro le onde impetuose del mare dei giunchi non gli permettevano più di fuggire, Dio disse a Mosè: "Perché mi implori? Ordina ai figli d’Israele di mettersi in marcia".

Come capire "perché mi implori?"?
Forse che nello sconforto profondo la reazione naturale non è quella di implorare il Signore e di chiederGli di salvarci?
No! Non basta pregare, piangere, implorare la grazia infinita di Dio, bisogna anche agire.

Mettersi nella direzione di marcia, avanzare di fronte all’ignoto, dominare la propria angoscia, vincere la paura della sconfitta, la sensazione di infinita debolezza: avere coscienza che noi non siamo che polvere e cenere e tuttavia osare camminare davanti a Dio come fece il patriarca Abramo.

Allora le onde del mare si apriranno davanti a questi Ebrei e noi potremo camminare insieme a piedi asciutti per varcare l’ostacolo.
Gli uomini di religione oggi forse non sono abbastanza coscienti della forza straordinaria che emana proprio dalla loro debolezza.

Questa forza non deve portarli verso la volontà di sostituirsi ai dirigenti politici, soprattutto quando i loro sforzi raggiungono il limite naturale, ma al contrario deve portarli verso la volontà di aiutarli per agire insieme in favore della pace. (…)

Osiamo, noi uomini di religione, parlare di pace e di apertura all’Altro, costringiamo il mare della diffidenza, dell’odio, della sofferenza a trasformarsi in strada regale come annuncia il profeta Isaia, strada che conduce a Dio.

dall’intervento di René Samuel Sirat al XIV Meeting Uomini e Religioni, Lisbona 2000

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