Il presidente della Fondazione fondata da don Carlo e a lui intitolata riflette sulla “ambrosianità” del “papà dei mutilatini”

di Angelo BAZZARI
Presidente Fondazione Don Gnocchi

Monsignor Angelo Bazzari (a destra)

«Clero animoso e concreto, lavoratore e realizzatore, povero e generoso, senza ambizioni di carriera e di titoli, amante dei fatti più che delle discussioni, vicino ai figli del popolo, alle loro gioie, alle loro pene, alle loro promozioni nel mondo degli studi e alle loro rivendicazioni nel mondo del lavoro, alla loro seria e cosciente preparazione alle responsabilità della famiglia… L’esperienza oratoriana ha privato la Diocesi ambrosiana di qualche dottore, ma ha dato alla Diocesi incomparabili pastori, immersi nella vita del popolo, conquistatori delle anime del popolo».
Queste parole, pronunciate nel 1969 dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, nel tentativo riuscito di pennellare l’identità del prete ambrosiano, si attagliano al beato don Carlo Gnocchi. Un sacerdote di umili origini, ma di acuta intelligenza, profonda sensibilità e singolare capacità di condivisione, che ha provato nella sua carne la sofferenza per la morte del padre e dei due fratelli e che ha fatto della sua vita un’ininterrotta scalata verso Dio, in compagnia degli uomini, per guidare con mano compassionevole di sacerdote chi, da solo, non ce l’avrebbe mai fatta.
Lodigiano di nascita, ambrosiano di formazione e brianzolo di adozione; italiano per impegno nella ricostruzione materiale e morale di un Paese, bisognoso di pane, ma ancor più di speranza; cittadino del mondo per le sue straordinarie intuizioni pedagogiche, riabilitative, sociali e comunicative, il beato don Gnocchi è passato indenne sotto le forche caudine del fascismo e, forgiato nel crogiuolo della guerra sul fronte greco-albanese e nell’apocalittica ritirata di Russia, ha esaltato le virtù della testimonianza cristiana ed esercitato una paternità spirituale.
Sprovvisto di lauree specialistiche e di particolari titoli accademici, ma istruito da una lunga tradizione di vita tra i giovani e affinata la tecnica dell’arte educativa al Gonzaga e alla Cattolica, ha coltivato ed esercitato un’intensa spiritualità come cappellano degli alpini. Un prete che, davanti all’ecatombe dei suoi ragazzi, ha compreso le «lezioni troppo chiaramente ammonitrici della guerra», vivendo il principio che non c’è futuro senza la pace, non c’è pace senza umanità, non c’è umanità senza la carità. Gli anni del secondo dopoguerra costituiranno il tempo e il luogo per la realizzazione di una profezia di bene, per educare la popolazione italiana alla solidarietà, favorendo la creazione di istituzioni capaci di fasciare il dolore e promuovere la vita.
Il dono delle cornee a due ragazzini ciechi all’atto della sua morte, non è che la coerente ed estrema conseguenza della sua vita di educatore e di pubblico promotore della condivisione. La consegna della sua “baracca“ agli amis, esprime il fervido proposito di perpetuare il mandato di stare accanto alla vita, sempre, avvalendosi della scienza coniugata alla carità e della prossimità saldata all’imprenditorialità.
È altamente provvidenziale che – proprio nell’Anno Sacerdotale, indetto da Benedetto XVI – un prete ambrosiano “qualunque”, che ha saputo trasformarsi da scintillante dottore e ascoltato oratore in un incomparabile pastore, ritorni tra i suoi confratelli, per essere uno di loro, in qualità di seminatore di speranza e indimenticabile maestro di vita. In questo modo, la Chiesa ambrosiana si riappropria del potente messaggio di don Gnocchi e della sua eroica esemplarità di vita. Additandolo ai suoi presbiteri, lo consacra come solido riferimento e luminoso esempio di creativa e concreta carità.
Il promettente seminarista don Gnocchi, figlio del vivaio della Diocesi ambrosiana, è divenuto sacerdote a opera del cardinale Tosi il 6 giugno 1925 nel Duomo di Milano. La stessa piazza che ha assistito alla celebrazione del suo trionfale funerale, officiato dall’amico Montini il 1° marzo 1956, ha visto ora la sua beatificazione per mano del cardinale Tettamanzi. Con questo solenne riconoscimento la Chiesa restituisce don Gnocchi al culto universale, perché possa essere un beato intercessore e protettore per tutti gli uomini, specialmente per i sacerdoti della Chiesa ambrosiana.

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