Al via il nuovo ciclo di incontri del lunedì in san Simpliciano guidati dal parroco sul tema «Elezione di Israele e vocazione di tutti i popoli»

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Ha preso il via lunedì 21 gennaio, un nuovo ciclo di catechesi guidato da monsignor Giuseppe Angelini.  Cinque incontri del lunedì sera, in Facoltà, in aula 12 (ingresso da via dei Chiostri, 6) sul tema «Elezione di Israele e vocazione di tutti i popoli. Per capire l’Antico Testamento».  L’argomento è stato scelto da don Angelini anche in preparazione a un pellegrinaggio in Israele previsto per fine maggio, entrando dalla Giordania (vedi allegato).
A questo link gli audio delle varie catechesi >>

Presentazione

“Se ti pare di averlo capito, certo non è Dio”, dice sant’Agostino. Se lo puoi indicare con il dito non è il popolo di Dio. La differenza tra Israele inteso in senso etnico e il popolo di Dio è suggerita in termini chiari dalle parole pronunciate per bocca del profeta: Soltanto voi ho eletto tra tutte le stirpi della terra; perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità. (Am 3, 1-2) Dio ha scelto Israele, ma non fa il tifo per i suoi figli. Ha scelto un popolo che rimane, fino al presente, soltanto una promessa. Soltanto una promessa è anche la terra ad esso assegnata: se ti pare di averla raggiunta, non è quella promessa. Se ti pare che il cammino non finisca mai, è possibile che tu sia sulla strada giusta. Verso la terra promessa siamo sempre in cammino. Come il cammino di Israele, anche il nostro è interminabile; e come quello ha la forma di un ritorno, dall’esilio. E la mappa del cammino è la Scrittura. Essa ha preso forma attraverso il cammino già fatto; è un libro di memorie. Il sentimento che sollecita il cammino e l’orienta è l’innegabile estraneità rispetto alla terra ora abitata. Siamo lontani, certo. Ma da dove? Prima che si possa rispondere alla domanda è certo che siamo lontani. La patria non è nota; e tuttavia il desiderio di tornare è già vivo. A generare il sentimento di esilio non basta l’estraneità rispetto al presente, occorre qualche notizia della patria, della casa del padre. La Salve Regina indica la meta: “mostraci dopo questo esilio Gesù”; il Figlio di Maria dà notizia del Padre, e insieme della patria. Ma Gesù non si può conoscere se non passando per Mosè e i profeti. Il Risorto sulla via di Emmaus appare sconosciuto a quei due, che pure gli erano stati compagni nei giorni precedenti. Egli, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui e così li accompagnò finalmente al riconoscimento, allo spezzare del pane. Abbiamo bisogno dell’Antico Testamento per riconoscerlo allo spezzare del pane. Il ciclo di incontri di catechesi di gennaio/febbraio ha come obiettivo proprio questo: entrare nella intelligenza delle Scritture antiche; in specie, della Legge e dei Profeti. Il canone ebraico distingue le tre parti: la Legge, i Profeti e gli altri scritti. La tripartizione è presente anche nei vangeli. Gesù risorto agli Undici, dice: Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi; e allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture (Lc 24, 44-45). La lingua della Chiesa distingue i cinque libri di Mosè dai libri storici (Giosuè, Giudici, 1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re, 1 e 2 Cronache); la lingua ebraica chiama i libri storici profeti anteriori; e i libri intitolati ai singoli profeti posteriori. La ricerca storico critica negli anni recenti ha riconosciuto con crescente chiarezza il nesso strettissimo che lega il Pentateuco (i cinque rotoli di Mosè) ai libri storici; fino al punto di proporre la sostituzione della nozione di Esateuco o addirittura Ennateuco a quella di Pentateuco. Quel che appare indubitabile è che il canone dei libri ispirati prende forma soltanto tardi, nel periodo dell’esilio e del ritorno dall’esilio. Non solo, prende forma attraverso la memoria della storia vissuta. Anche così si rende evidente un principio decisivo della rivelazione di Dio: soltanto attraverso la risposta umana e le sue peripezie la Parola si fa carne e prende dimora in mezzo a noi. E la risposta umana compiuta e perfetta è quella realizzata dal Figlio di Dio e Figlio di Maria. Egli entrando nel mondo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me così sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà (Ebr 10, 5-7). Attraverso la ripresa di quel che è scritto nel rotolo del libro il Figlio pratica l’obbedienza, e la sua obbedienza porta a compimento la verità dello scritto. Lo snodo del rapporto tra l’elezione di Dio e la storia di Israele, tra la Legge e i Profeti, è il Deuteronomio. Dopo essere stato considerato per venti secoli come il quinto libro di Mosè, in tempi recenti alcuni studiosi hanno proposto di considerarlo invece come il primo libro della storia di Israele. Comunque si decida, è indubitabile che soltanto attraverso la storia la Legge trova progressiva chiarezza. La Legge data sul monte è interpretata dalla vicenda vissuta in pianura, dal pellegrinaggio dei quarant’anni del deserto, e poi dall’altro pellegrinaggio, la storia di Israele. Essa è interpretata dai profeti. Essi accompagnano in specie la vicenda della monarchia, come un controcanto. L’Israele voluto da Dio non è questo popolo, che si vanta d’essere popolo di Dio. Proprio perché soltanto voi ho eletto tra tutte le stirpi della terra, io vi farò scontare tutte le vostre iniquità (Am 3, 2). Interpretano lo scacco del primo viaggio i profeti conducono Israele a un secondo ingresso nella terra. La nuova alleanza è predisposta per accogliere tutti i popoli della terra. I profeti interpretano la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempio; essi denunciano la distanza tra il tempio del Signore al quale si affidano gli abitanti della città e quello voluto da Dio; il primo porta soltanto il nome del Signore, ma in realtà è una spelonca di ladri (cfr. Ger 7, 1-12). Il Deuteronomio e quindi la seguente storia deuteronomista costituiscono il frutto della lettura profetica della vicenda di Israele. Appunto attraverso una tale lettura trova una seconda configurazione la Legge; appunto questo è il Deuteronomio, la seconda legge, quella che passa attraverso la confessione del peccato e la ripetizione dell’ingresso. Il secondo ingresso non può realizzarsi altro che coinvolgendo tutti i popoli della terra. Assai illuminante a tale proposito è l’episodio evangelico dell’incontro di Gesù con la Cananea: quella donna straniera rivela a Gesù, e a tutti, l’identità vera di Israele:

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