Ciclo di incontri alla Facoltà teologica sull’Esortazione apostolica «Amoris laetitia», tenuti da don Giuseppe Angelini

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Al via in San Simpliciano un ciclo di quattro incontri sull’Esortazione apostolica di Papa Francesco, guidati dal parroco mons. Giuseppe Angelini.
Nel primo incontro, in programma per lunedi 2 maggio si parlerà del “Primato del kerygma e attenzione al concreto (capitoli 1-3 in specie)”. Nei successivi la riflessione verterà su Eros e agape: l’amore uomo/donna e l’amore cristiano (9 maggio),  su “Generazione ed educazione (16 maggio) e sulla Legge della gradualità e rapporto tra legge e coscienza (23 maggio).
Gli incontri si terranno nell’aula 12 della Facoltà Teologica, in via dei Chiostri 6 a Milano e inizieranno alle 21.

Presentazione del ciclo
L’esortazione di papa Francesco è stata accolta con deciso consenso, addirittura con entusiasmo, ma anche con notevoli approssimazioni. “Ora tutto cambia”, questa è la sintesi più comune; il quotidiano cattolico «Avvenire» avverte la necessità di precisare: “Ma non cambia nulla”. Radicale sarebbe il mutamento prospettato a livello di strategie pastorali; esso si produrrebbe per altro senza mutare in nulla la dottrina. Il senso sintetico della conversione pastorale auspicata è quella che va nel senso di un atteggiamento ‘inclusivo’: «La dottrina cattolica sulla famiglia resta immutata, ma la Chiesa, attraverso i suoi sacerdoti deve mostrarsi più comprensiva verso le multiformi realtà familiari contemporanee». (Cécile Chambraud su Le Monde). La disposizione ‘inclusiva’ esige di accordare attenzione a tutti, a tutti offrire aiuto, senza pregiudiziali discriminazione tra chi è dentro e chi è fuori. Il criterio è applicato dagli interpreti anche alla questione più sensibile, più in rilievo, la possibilità di dare la comunione ai cosiddetti “irregolari”. Sui media è prevalsa l’interpretazione che papa Francesco avrebbe tolto la pregiudiziale interdizione, senza accedere però ad una forfetaria ammissione di tutti; la decisione sarebbe affidata ai singoli sacerdoti; essi dovrebbero decidere non in base a criteri generalizzanti, ma attraverso l’ascolto e il discernimento delle situazioni singole. In realtà questa indicazione dell’esortazione si riferisce le forme dell’integrazione nella comunità, e non la comunione sacramentale. È vero però che con insistenza è proposto l’obiettivo di includere tutti nella cura pastorale. L’inclusione incoraggia a pensare che i singoli non debbano mai essere posti di fronte a scelte ultimative, dentro o fuori; a tutti devono essere offerte le indicazioni utili a promuovere la rispettiva condizione. L’esortazione raccomanda la qualità edificante, e non precettiva, della predicazione cristiana. In molti modi è condannato il ‘principialismo’, il ricorso cioè a principi assoluti, a fronte dei quali ciascuno dovrebbe prendere posizione: … la Chiesa deve avere una cura speciale per comprendere, consolare, integrare, evitando di imporre loro una serie di norme come se fossero delle pietre, ottenen-do con ciò l’effetto di farle sentire giudicate e abbandonate proprio da quella Ma-dre che è chiamata a portare loro la misericordia di Dio. In tal modo, invece di of-frire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indot-trinare” il Vangelo, trasformarlo in «pietre morte da scagliare contro gli altri». (n. 49) Non si debbono imporre norme come si lanciano pietre; ma forse, sia pure in modo gentile, le norme debbono essere proposte. La successiva contrapposizione tra «offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo» e il proposito di “indottrinare” il Vangelo, trasformandolo in «pietre morte da scagliare contro gli altri» pare ribadire l’opposizione tra profilo consolante e profilo imperativo del ministero della Chiesa. Papa Francesco si mostra in molti modi infastidito dalla presunzione dei pastori, che suppongono di conoscere bene principi e norme, e quindi giudicano i comportamenti senza bisogno di ascoltare le persone. Non usa il linguaggio del “principialismo”, ma quello della “ideologia”. Già in un’omelia del 17 ottobre 2013 egli diceva con sintesi efficace: «Quando un cristiano diventa discepolo dell’ideologia, ha perso la fede e non è più discepolo di Gesù». E lo diceva a commento delle parole di Gesù contro i dottori della legge: Guai a voi che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito (Lc 11, 52). Appunto i dottori della legge illustra l’immagine di una chiesa chiusa nella quale la gente, che pure passa davanti, non può entrare, e il il Signore stesso che è dentro non può uscire. «Del resto, Gesù è molto chiaro quando dice: “Andate, uscite fino ai confini del mondo. Insegnate quello che io ho insegnato. Battezzate, andate ai crocevia delle strade e portate tutti dentro, buoni e cattivi. Così dice Gesù. Tutti dentro!”». L’intento edificante dell’esortazione si realizza con la citazione dei buoni esempi, e anzi tutto attraverso l’introduzione del documento con una esposizione biblica. «Comincerò con un’apertura ispirata alle Sacre Scritture, che conferisca un tono adeguato» (n. 6). Il Capitolo 1 propone una lettura corsiva del disegno biblico a proposito della fami-glia, a procedere dal bel Salmo 128 usato quasi come una traccia. Soltanto poi viene il Capitolo 2, “La realtà e le sfide delle famiglie”, dedicato ai tratti minacciosi della realtà presente; essi sono diffusamente descritti; ma soltanto nella forma dell’elenco di cose che non vanno. Non è tentata una lettura sintetica della dinamica culturale sottesa, in particolare della crescente distanza tra famiglia e società. La coscienza morale appariva un tempo ‘naturale’, iscritta nell’anima dalla nascita. In tal senso Kant poteva dichiarare stupito che due cose soprattutto lo riempivano di stupore, il cielo stellato sopra la testa e la legge morale nel cuore. Da un secolo a questa parte (S. Freud), ci rendiamo conto, con sempre più spietata evidenza, quanto la coscienza morale dipenda dalla mamma e dal papà, dalla biografia, dalla cultura del paese, da circostanze ambientali sempre meno favorevoli all’evidenza della norma morale. Per rimediare, non basta la raccomandazione morale. Occorre comprendere questo processo di ‘demoralizzazione’ della vita comune. L’esortazione di papa Francesco proclama invece il principio per il quale il ministero pastorale della Chiesa rivolto alla famiglia dovrebbe procedere subito, sempre e solo dal kerygma: È l’annuncio principale, «quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra». Perché «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio» e «tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma». L’annuncio evangelico è certo il fondamento del ministero della Chiesa. Ma è possibile l’annuncio attraverso le sole parole? O non ha forse bisogno il vangelo d’essere ‘applicato’ alla vita effettiva per essere inteso? Esso non può essere prima inteso, poi ‘applicato’. Il progetto di una concentrazione kerygmatica della pastorale appare problematico. Specie in un’epoca come la nostra, caratterizzata da una profonda crisi delle tradizioni culturali, è necessaria una sostanziosa competenza antropologica per annunciare il vangelo, in particolare in quest’ambito del matrimonio e della famiglia. Un riflesso del difetto di attenzione alla correlazione originaria tra vangelo e verità da sempre iscritta nell’esperienza del rapporto uomo/donna vedo nei modi in cui l’esortazione tratta del tema “L’amore nel matrimonio” (capitolo 4). La trattazione del capitolo 3 elude ogni riferimento all’amore spontaneo tra uomo e donna, all’eros dunque, e alla sua valenza originaria per rapporto alla comprensione della stessa agape divina. La trattazione del nel matrimonio, nel capitolo 4, suppone che l’amore cristiano sia noto nella sua identità di fondo a monte rispetto ad ogni riferimento all’esperienza del rapporto tra uomo e donna. Proprio la supposizione che si possa dire dell’amore cristiano senza rapportarlo fin dall’inizio all’amore umano rende poi difficile mostrare un nesso intrinseco tra i due. Un ulteriore aspetto che meno convince nella esposizione della Amoris lae-

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