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Fino all'11 maggio

Catechesi in San Simpliciano
sul “nuovo umanesimo”

Terzo ciclo di incontri tenuti dal parroco mons. Giuseppe Angelini, sul tema “Un nuovo umanesimo?”

17 Aprile 2015

Al via da lunedì 20 aprile  il terzo ciclo di catechesi dell’anno pastorale 2014-2015 tenuto dal parroco mons. Giuseppe Angelini (professore di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e già preside della stessa Facoltà). 
Il tema scelto è: Un “nuovo umanesimo”?. I quattro incontri si svolgeranno nei lunedì dal 20 aprile all’11 maggio a Milano presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale con inizio alle 21.
Per maggiori informazioni, vista il sito www.sansimpliciano.it

 

Presentazione, a cura di mons. Angelini:

Nel numero di marzo del Bollettino parrocchiale avevo prospettato un possibile ciclo di incontri sul tema del nuovo umanesimo, al quale la Conferenza Episcopale Italiana ha intitolato il Convegno ecclesiale di novembre 2015. Il tema appare un po’ inusuale per una catechesi, e tuttavia confermo quel progetto. La catechesi deve servire a istruire la coscienza cristiana; ora su questo tema la coscienza cristiana ha oggi un bisogno urgente d’essere istruita; che cos’è umanesimo? e perché oggi ne occorre uno nuovo?

La parola umanesimo definisce, nella tradizionale storiografica, una forma della civiltà, non una dottrina o una precisa forma di pensiero. La parola stessa è stata coniata quasi a celebrare in maniera retrospettiva gli inizi dell’era moderna e illuminata. L’umanesimo è stato concepito come la legittimazione ideale del rinascimento; e questo a sua volta è descritto per antitesi al Medio Evo, teocratico, fatalista e superstizioso. Il rinascimento persegue il programma di un protagonismo degli umani che, sottraendosi a presunte leggi cosmiche e fatali, dovrebbero procedere nella storia alla realizzazione di un universo antropocentrico.

Una tale concezione del rinascimento e dell’umanesimo non è per la verità al di sopra di ogni sospetto. Polemizzano contro di essa gli studiosi per i quali il progetto dell’umanesimo è definito invece dal ritorno ai classici latini, di contro agli inizi della cultura moderna, segnalata dal passaggio alla lingua volgare. L’umanesimo sarebbe movimento aristocratico, addirittura reazionario, cattolico e contrario al protestantesimo e in genere alle nuove eresie.

Penso che la categoria dell’umanesimo come definita dai diversi indirizzi storiografici sia nel fondo viziata da un vistoso difetto proprio del pensiero convenzionale; esso manca di attenzione a un rapporto, che pure appare innegabile, quello che lega la coscienza alla società, i modi soggettivi di vedere e abitare il mondo alle forme della relazione pratica tra gli umani. Non è vero quel che pensa la coscienza ingenua, che cioè la visione del mondo nasca dentro di noi, in interiore homine, per esprimersi soltanto poi nel comportamento; è vero invece che proprio attraverso il comportamento la coscienza prende forma.

Il pensiero recente ha coniato una nuova categoria per dire della relazione tra coscienza e società, quella di cultura. Già più volte abbiamo dovuto fare appello a tale categoria per intendere la situazione presente dell’uomo occidentale e della sua religione. La cultura intesa in senso antropologico definisce il complesso delle forme del rapporto umano attraverso le quali trovano oggettivazione sociale i significati fondamentali del vivere.

Nella lingua tradizionale la nozione più vicina a quella di cultura è quella di costume; l’ethos greco da cui deriva il nostro termine etica, e i mores latini da cui deriva il nostro termine morale. Attraverso il costume trovano definizione non soltanto le regole del comportamento, ma i significati elementari del vivere. Non si può vivere insieme infatti senza realizzare un accordo a proposito di che cosa vuol dire maschio e femmina, sposo e sposa, padre e madre, figlio e genitore, nascere e morire. Non stupisce che proprio grazie alle risorse della cultura si realizzi la formazione della coscienza.

Uno dei fenomeni caratterizzanti lo sviluppo civile moderno è il progressivo distanziamento tra coscienza e società. Le forme del pensare e del vivere del singolo si distanziano dalle forme del rapporto sociale; appunto a seguito di tale distanziamento finisce la stagione dell’umanesimo. Gli uomini di oggi paiono perseguire l’obiettivo di vivere insieme senza necessità di accordarsi circa i significati elementari del vivere. L’obiettivo in realtà non è praticabile. La distanza tra coscienza e società produce una conseguenza inquietante: la coscienza individuale diventa più inquieta e insicura.

Il nostro primo incontro sarà dedicato appunto alla precisazione di questa diagnosi. L’ultimo invece sarà dedicato al tentativo di precisare i compiti che la situazione civile presente propone al ministero della Chiesa. Occorre che la predicazione cristiana e le forme tutte dell’istruzione della coscienza mettano a fuoco le forme della quotidiana e diano parola agli interrogativi muti che esse propongono; correggano in tal senso la tacita rimozione del riferimento alla verità dell’umano che le forme della relazione sociale correnti alimentano.

I due incontri intermedi saranno dedicati alla considerazione delle nuove forme del sapere, che concorrono in maniera decisiva ad alimentare la rimozione di cui si dice; mi riferisco alle scienze della natura e alle più recenti scienze dell’uomo. Nello spazio pubblico, e cioè a livello di comunicazione pubblica, soltanto il sapere “scientifico” appare legittimato, al di là di ogni convinzione di carattere etico o religioso considerata come di competenza della coscienza soggettiva. Ora i due ordini di sapere “scientifico” operano appunto nel senso di sancire la rimozione di ogni interrogativo relativo al senso di tutte le cose; e quindi anche nel senso di alimentare il progressivo tramonto di quell’alleanza umanistica, che tradizionalmente connota la vita delle società occidentali.

Le scienze della natura sono nate ormai quattro secoli fa esattamente dalla decisione di sospendere ogni interrogativo relativo al senso delle realtà naturale; ora il senso di tutte le cose definisce appunto la risonanza da esse prodotta sull’anima grazie alle forme di quell’esperienza sensibile. Le scienze sostituiscono alle mani, agli occhi, all’orecchio, al naso e alla lingua, gli strumenti di misura; in tal modo appare come sospeso il concorso dei sensi a configurare il soggetto. Quando quattrocento anni fa l’uso del cannocchiale propiziò la prima enunciazione della tesi eliocentrica molti furono spaventati; temettero che fosse smentita la verità della Scrittura; anche i teologi del Sant’Uffizio non riuscivano a distinguere tra verità religiosa e verità scientifica. Non vedevano che, nell’ispirazione delle Scritture, «intenzione dello Spirito Santo non era quella di spiegare come vanno le cose del cielo, ma insegnarci come si cammini verso il cielo» (Cesare Baronio). E tuttavia gli effetti disumanizzanti delle scienze, o meglio di un approccio esclusivamente scientifico alle cose di natura, sono indubbi. Essi diventano più evidenti a misura in cui un tale approccio investe il corpo stesso dell’uomo (biotecnologie).

Rischi più consistenti e più sottili di disumanizzazione comportano le nuove scienze, le cosiddette scienze umane. Esse si occupano di fatti umani, dei rapporti sociali (sociologia) e dei fatti della vita psichica (psicologia); non però a procedere dal punto di vista proprio della coscienza, ma a procedere dalla considerazione di ciò che non funziona, dunque a procedere dal conflitto sociale o rispettivamente dalla malattia o dal disagio psicologico. Le questioni massime dell’umano, la questione del bene e del male, e rispettivamente la questione del senso o del non senso, della speranza o della disperazione, sono in tal modo rimosse.