Al via il nuovo ciclo di incontri del lunedì in san Simpliciano guidati dal parroco sul tema «Coscienza morale ed età della vita»

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Al via da lunedì 8 ottobre, un nuovo ciclo di catechesi guidato da monsignor Giuseppe Angelini.  Cinque incontri del lunedì sera, in Facoltà, in aula 12 (ingresso da via dei Chiostri, 6) sul tema «coscienza morale ed età della vita»

Presentazione
Il versetto del Salmo intitola la lettera pastorale dell’Arcivescovo Mons. Mario Delpini per l’anno pastorale appena iniziato. La lettera parla del cammino della Chiesa verso la Gerusalemme celeste; le risorse di cui essa dispone per il suo ministero crescono lungo il cammino, e grazie al cammino. Soltanto attraverso il cimento effettivo la Chiesa comprende quale sia la sua missione, e come realizzarla. Sarebbe ingenuo pensare che la missione possa iniziare dopo aver disegnato un piano preciso.
Già nel 2013 Papa Francesco metteva in guardia nei confronti del feticismo dei piani pastorali:
Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”. Invece ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. (Evangelii gaudium, n. 96)
S’impara facendo, e non prima. Così è nella vita della Chiesa, e così è anche nella vita del singolo.
Nei discorsi comuni di solito ci si esprime altrimenti: prima si deve conoscere il fine – si dice – ed elaborare un progetto; soltanto poi ci si potrà cimentare nella pratica effettiva. Le cose non vanno proprio così. In che consista la vita buona non s’impara dai libri, né pensando, né da maestri; non s’impara prima di tutto così. S’impara dalla vita effettiva. Essa inizia assistita dagli affetti, dalle attese di altri, dalla gioia dell’incontro e della prossimità reciproca; attraverso tali esperienze progressivamente s’impara che cosa sia virtù e vita buona e comandamento di Dio. Il cammino effettivo forma la coscienza morale.
Già l’anno scorso ci siamo occupati di coscienza morale. Abbiamo cercato di descrivere e chiarire le ragioni della spiccata incertezza che essa conosce nel nostro tempo. Per capire quella incertezza occorre correggere l’immagine corrente ed idealistica della coscienza trasmessa dalla dottrina convenzionale. La coscienza morale non nasce dal cielo; non nasce dalla conoscenza razionale della legge, né da arcane intuizioni di valori. Nasce invece dal cammino effettivo e ne porta i segni. Porta dunque i segni della madre e del padre, e anche dei fratelli e degli amici frequentati, della città abitata e della sua cultura. Le nuove scienze, la psicologia in specie, ampiamente illustrano questo il nesso tra coscienza morale ed esperienza.
Il limite nei nuovi approcci empirici all’avventura umana è che essi rimuovono i grandi interrogativi di sempre. Procedere dall’esperienza concreta è certo giusto; ma non autorizza a rimuovere gli interrogativi supremi, la conoscenza dunque del bene e del male.
La coscienza morale dipende dalla storia individuale e ciascuna vicenda biografica è diversa dall’altra. E tuttavia ci sono alcune leggi di fondo, sulle quali merita di interrogarsi. Le spiccate incertezze della coscienza nel nostro tempo dipendono da difficoltà sistemiche nei processi di formazione. Costanti decisive sono le figure parentali, che stanno all’origine; esse un tempo apparivano scontate; oggi lo sono molto meno. Per questo oggi occorre pensare le figure del padre e della madre.
Costanti decisive sono anche i tempi, i singoli stadi dunque attraverso i quali passa la parabola della vita. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato, scrive san Paolo (1 Cor 13, 11). Come si passi dalla condizione infantile a quella adulta è interrogativo del quale un tempo non ci si occupava; il passaggio pareva automatico. Oggi non è più così.
Dedicheremo cinque incontri appunto alle singole età della vita e al concorso che esse danno al processo di formazione della coscienza morale. Considereremo dunque l’apprendimento magico dell’infanzia, la sorprendente sicurezza della coscienza morale del fanciullo, la ricerca della coscienza adulta mediante l’imitazione nell’adolescenza, la forma per così dire “epica” della coscienza del giovane e le sue contraffazioni, e finalmente la dedizione di sé resa possibile dalla coscienza morale adulta. Considereremo soprattutto gli inceppi che conosce la transizione da un’età all’altra nel nostro tempo post-morale.
Ciascuna di queste età non è poi soltanto una tappa transitoria, ha invece da dire qualche cosa di interessante a proposito di quel che la coscienza è per sempre, e per tutti. È un’immagine che concorre, per la sua parte, a dare figura all’insieme. Se non ci convertirete e non diventerete come bambini, non potrete entrare nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 3); quel che Gesù dice dell’infanzia vale per ogni età della vita, intesa in senso spirituale; essa non è soltanto una tappa, è anche una meta.
Cercheremo dunque di chiarire il significato spirituale delle singole età e il loro concorso alla formazione della coscienza morale. La riflessione ci consentirà di denunciare alcuni pregiudizi tipici del nostro tempo e alcuni incredibili paradossi che la cultura corrente alimenta. Per esempio, quello della cosiddetta “giovanescenza”, e l’imperativo categorico che impone d’essere giovani, tutti e sempre. L’imperativo si accompagna, paradossalmente, alla dissoluzione della giovinezza intesa nel suo vero senso spirituale.

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