Al via un nuovo ciclo di “incontri del lunedì” proposti da don Giuseppe Angelini in aula 12 della Facoltà Teologica, a partire da lunedì 15 gennaio

facolta teologica

Ha preso il via lo scorso 15 gennaio un nuovo ciclo di “incontri del lunedì” proposti da don Giuseppe Angelini in aula 12 della Facoltà Teologica, dal titolo “Il racconto della vita di Gesù. Impossibile, eppure necessario”.

Prossimi incontri:

22 gennaio
Gli inizi: i segni e il Vangelo del regno

29 gennaio
La predicazione nelle sinagoghe e la frattura con il Sinedrio

5 febbraio
La frattura con le folle e le parabole

12 febbraio
L’istruzione ai discepoli e la passione

Gli incontri si tengono in Facoltà, via dei Chiostri, 6, aula 12.
Inizieranno alle ore 21 e termineranno entro le 22.30


Presentazione

Si può raccontare la storia di Gesù? Oppure di Lui si possono raccontare soltanto storie, tante storie, ma non la storia? È l’interrogativo che mi propongo di affrontare nel nuovo ciclo di incontri del lunedì.
Non è un tema del tutto nuovo. L’idea di affrontarlo ancora una volta m’è venuta a Natale, durante la Messa di mezzanotte. Nel Prologo di Giovanni, che si legge a quella Messa, è scritto che il Verbo venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto. In effetti, il mistero di Natale, l’incarnazione di Dio, è il più popolare tra tutti i misteri cristiani, ma insieme il più distante dalla comprensione e anche dalla fede dei più. Popolare è la festa del Natale, e quindi l’immagine di Gesù bambino. È popolare, anche parlante, subito commovente; ma in essa è difficile riconoscere il volto dell’Emmanuele, del Dio con noi.
Mi è capitato più volte di constatare con sorpresa quanto siano attaccati alla celebrazione del Natale persone che pure paiono molto lontane dalla fede e dalla pratica cristiana. Che cosa rende loro caro il Natale? Che cosa celebrano? Non è facile dirlo. Probabilmente, la loro infanzia; non sempre ne hanno una memoria precisa; e tuttavia, anche se imprecisa, quella memoria è cara, preziosa, irrinunciabile. È la memoria di una stagione sacra della vita, della quale non si saprebbe fare a meno.
La memoria dell’infanzia ha un legame molto stretto con la memoria dei genitori; il rapporto con loro, forse non sempre irenico e grato; è percepito in ogni caso come irrinunciabile. La celebrazione di Natale consente di rinnovarlo.
La festa di Natale è molto popolare, la fede nell’incarnazione di Dio invece no. Il Dio nel quale tutti credono è quello altissimo, nascosto nei cieli; oppure in alternativa quello spry, aereo e senza forma, sentito nel profondo dell’animo. Fin dalle origini, la forma più facile della fede è stata quella gnostica; essa di Gesù apprezza gli insegnamenti spirituali, magari anche il buon esempio, non la passione e morte, i miracoli, o la missione affidata ai discepoli. Un Dio, che potrebbe in ipotesi essere incontrato per la strada o addirittura in casa, appare per questo solo motivo meno divino e credibile.
Proprio questo è invece il tratto distintivo del Dio cristiano: esso si incontra per la strada: i comandamenti dati sul monte possono essere compresi unicamente se portati in pianura, in ogni circostanza della vita:
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. (Dt 6, 4-7)
Anche per conoscere Gesù occorre inciamparci; occorre incontrare Dio per le strade del mondo. Inciamparono nella persona del Figlio di Maria già i contemporanei. Il vecchio Simeone aveva avvertito i genitori fin dall’inizio: Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. (Lc 2, 24-25). Che il Figlio diventi pietra di inciampo per molti non può non avere una conseguenza, l’anima stessa della Madre sarà trafitta. Anche attraverso le ferite tutti sono chiamati ad ascoltare il Figlio, e lasciarsi interrogare da Lui. Soltanto attraverso la fede nel Dio incontrato per la strada ogni nato di donna trova la propria strada.

La pregiudiziale separazione tra il Dio altissimo e le cose di ogni giorno si riflette nell’immagine che ci facciamo di Gesù. Una persona sola, ma due nature rigorosamente distinte, addirittura separate; di ogni parola o gesto di Gesù ci si chiede: lo ha detto o fatto come uomo o come Dio? La rappresentazione a due corsie appare lontana da ogni plausibilità psicologica. Di fatto i cristiani rinunciano a immaginare Gesù. Ogni tentativo di immaginare appare ai loro occhi troppo “umanistico”, esposto al rischio di ridurre la persona di Gesù alla sola forma umana.
Questo modo di pensare la figura di Gesù induce poi a pensare la redenzione come garantita dall’assunzione della natura umana; essa si realizzerebbe quasi per contagio. Non è considerato il fatto che – per sua “natura” – l’uomo ha un’identità disposta, non dalla nascita (dalla natura), ma dalla storia. Per il Verbo di Dio farsi comporta non semplicemente assumere una natura, ma entrare in una storia, quella dei figli di Adamo. Appunto in forza di tale ingresso Egli prende su di sé il peso del peccato del mondo: Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1, 29).
Offre un’immagine sintetica e suggestiva dell’incarnazione la scena del battesimo presso il Giordano descritta in Giovanni: venendo in questo mondo, Gesù consente alla solidarietà con i peccatori; non certo nel senso di sposarne la causa, ma nel senso di pagare il prezzo della pericolosa vicinanza ad essi.
Appunto grazie a questa sua scelta la condizione dei peccatori muta; la sua presenza anche divide gli uomini, istituisce un conflitto delle interpretazioni, dispone le condizioni perché si accenda un dramma, si combatta. La sua presenza diventa in tal senso principio di un giudizio; non tanto di un giudizio pronunciato dalla sua bocca, ma di un giudizio istituito dalla sua presenza. Dice un giorno Gesù, per spiegare la sua scelta di parlare in parabole: Aprirò la mia bocca in parabole, e proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (Mt 13, 34): quel che era nascosto diventa manifesto attraverso il confronto con Lui.
Prima ancora che dalla formula dogmatica delle due nature, lo strappo dei gesti e delle parole di Gesù dalla trama della sua vita trova alimento nell’assunto indebito secondo cui il Dio eterno e immutabile potrebbe e dovrebbe essere noto a prescindere da ogni riferimento alla storia, e dunque a fatti contingenti. Così ritiene il pensiero greco, come ogni religione di carattere spiritualista. Non sorprende che tutti i vangeli apocrifi propongano un’immagine gnostica di Gesù; di lui non interessano i fatti, né l’umiliante passione e morte; interessano soltanto gli insegnamenti.
In realtà la vita di Gesù, e i pochi anni della vita pubblica a titolo tutto speciale, sono attraversati e resi parlanti da una sospensione, che soltanto il procedere dei tempi può togliere.
Mi riferisco ad un preciso passo evangelico, la lavanda dei piedi; Simone non vuole che Gesù gli lavi i piedi; evidentemente, perché non intende il senso di quel gesto. Gesù gli dice: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo (Gv 13, 7); Simone non si arrende e perentorio proclama: Non mi laverai mai i piedi! Si arrende soltanto di fronte alla proclamazione ugualmente perentoria di Gesù: Se non ti laverò, non avrai parte con me; allora non solo i piedi, ma anche le mani e il capo! Simone si arrende ma non capisce.

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