Si intitola "Mi sarete testimoni. Il volto missionario della Chiesa di Milano" il nuovo piano pastorale per la diocesi ambrosiana: un percorso di durata triennale che pone al centro l'impegno per l'evangelizzazione e la trasmissione della fede. Ce ne parla direttamente il cardinal Tettamanzi in un'intervista a cura dei settimanali della diocesi.


Redazione

Milano e la Lombardia sono terre di missione. E ogni credente è chiamato a rimboccarsi le maniche per trasformarsi in un “operaio del Vangelo”. Si intitola “Mi sarete testimoni. Il volto missionario della Chiesa di Milano” il nuovo piano pastorale per la diocesi ambrosiana: un percorso di durata triennale che pone al centro l’impegno per l’evangelizzazione e la trasmissione della fede.

Eminenza, è l’impegno missionario il “caso serio della Chiesa” di cui ha parlato in Duomo lunedì, aprendo l’anno pastorale?

Sì, è proprio questo che intendo dire. È il “caso serio” perché la ragione di vita, e più radicalmente la stessa ragione di essere della Chiesa nella storia, è tutta e sola nell’annuncio del Vangelo e nella trasmissione della fede. È il “caso serio” perché senza Vangelo e senza fede non c’è salvezza. Ed è il “caso serio” perché la missionarietà va vissuta da ciascun credente in una situazione sociale e culturale profondamente modificata e in gran parte inedita rispetto al passato. Ci si dimentica di essere cristiani. La fede sembra diventare irrilevante per la vita dell’uomo e del mondo.

E’ una lettura pessimistica della nostra epoca?

Non sono pessimista, bensì realista. Nelle nostre case si sono spezzati i tradizionali percorsi di trasmissione della fede da una generazione all’altra: diversi parroci mi raccontano che molti bambini di famiglie cattoliche non sanno nemmeno farsi il segno della croce. La conoscenza della nostra realtà deve generare un forte senso di responsabilità per la comunicazione della fede alle generazioni future.

Ma è così difficile essere cristiani oggi?

La sfida della fede richiede coraggio e fiducia in Dio, in Gesù “vero Dio e vero uomo”. Il cristiano ha la consapevolezza che anche il nostro è un tempo favorevole, ricco di opportunità per evangelizzare.

Lei ha affermato che «senza Vangelo e senza fede non c’è salvezza»: c’è speranza solo per cristiani, dunque?

Direi piuttosto che Gesù e la sua Chiesa sono la pienezza del percorso verso Dio, ma quando una persona segue la legge del cuore e della coscienza e sa essere prossimo verso il fratello nel bisogno può stare sicuro che avrà le braccia spalancate da Dio.

Come si può oggi portare il Vangelo nelle nostre città, in una società avanzata e complessa sotto il profilo sociale, economico e culturale?

Dobbiamo scegliere la strada della concretezza, che parte dal vissuto quotidiano, dal lavoro, dalla famiglia, dall’impegno politico e sociale, perché è nella vita di ogni giorno che si è cristiani, chiamati a essere “anima del mondo”.

A proposito di città, il caso di Rozzano ha suscitato infinite discussioni. La vita in certe periferie sembra impossibile…

Anzitutto credo sia necessario “abitare” e “vivere” ogni quartiere della città. Le periferie non vanno abbandonate: occorre capire e poi operare affinché questi agglomerati di case siano più resi vivibili e a misura d’uomo.

Torniamo al percorso pastorale per il triennio 2003-2006. Da una prima lettura emerge il ruolo essenziale delle parrocchie. E’ vero?

Il percorso pastorale che indico si rivolge a ciascun credente e richiama con forza tutte le comunità parrocchiali, chiamate a superare il rischio di essere luogo di sola conservazione e “gestione” della fede. Dobbiamo uscire dalle sacrestie e farci carico di chi è assente, di chi non viene più a messa. È nostro dovere riscoprire il senso della domenica, per viverla non solo come riposo, ma come giorno della fede e della carità, quindi giorno in cui devono trovare posto momenti di vita comune, di preghiera, di gioia e anche di festa.

Nel suo percorso pastorale affiora un richiamo a non accontentarsi delle tradizionali vie per fare pastorale. Un ulteriore scossone alle parrocchie?

A mio avviso non basta dire: «Abbiamo sempre fatto così». Per essere missionari non ci si può sedere, non è consentito fermarsi mentre il mondo va avanti. Per esempio ritengo sia giunto il tempo di percorrere nuove strade per l’iniziazione cristiana, avviando delle sperimentazioni.

Ha già in mente qualcosa in particolare?

Comincerei da ragazzi della catechesi. Verso l’undicesimo anno di età, dopo un itinerario di circa quattro anni, i fanciulli potrebbero celebrare insieme i sacramenti della Confermazione e dell’Eucarestia durante la veglia pasquale. Un’altra iniziativa è quella di riprendere e attuare la successione teologica dei sacramenti “Battesimo-Cresima-Eucarestia”.

Un’ultima domanda. Come può essere missionario il Vescovo?

In un modo semplicissimo: sorridendo a tutti, con la disponibilità ad offrire un saluto, rivolgendo un invito ad avere speranza e coraggio. Questo sorriso sono certo che giunge anzitutto al cuore delle persone in difficoltà. Le esperienze che sto vivendo in questi mesi, fermandomi al termine delle cerimonie liturgiche per incontrarmi con la gente di qualsiasi cultura, professione, fede, mi sta confermando nella convinzione che è un modo immediato ed efficace di essere missionario tra la gente della diocesi di Milano.

Ascolta l’intervista di Fabio Pizzul al Cardinale

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