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L'intervista

Tettamanzi: «Dalla Chiesa
alle strade della città»

L'arcivescovo di Milano anticipa ai fedeli i temi
del nuovo anno pastoraleispirandosi a San Carlo Borromeo

Davide MILANI Ufficio per le comunicazioni sociali

11 Maggio 2011

Il cammino del nuovo Anno pastorale per la Diocesi di Milano si disegna tra le righe della parabola del Buon Samaritano e si snoda in tre tappe: la contemplazione del Crocifisso, l’urgenza di una rinnovata dedizione per la santità della Chiesa e la conversione del cuore per riscoprire la bellezza della vocazione che Dio dona. L’Arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi pone, quale figura esemplare per questo cammino, un santo la cui grandezza spicca nella Chiesa ambrosiana e universale.

Sarà san Carlo la figura spirituale al centro del nuovo anno pastorale: perché?
«L’anno pastorale che inizierà tra pochi giorni sarà molto importante per la Chiesa di Milano: il 1° novembre ricorrerà il IV centenario della canonizzazione di san Carlo. La nostra diocesi, negli ultimi decenni, ha celebrato con solennità due altri importanti anniversari: nel 1965, con il cardinale Giovanni Colombo, venne ricordato il IV centenario dell’ingresso in Diocesi del Borromeo. Paolo VI, che da poco aveva lasciato Milano perché divenuto pontefice, aveva inviato un bellissimo Radiomessaggio ai fedeli ambrosiani. 
Poi, nel 1984, il cardinale Carlo Maria Martini volle ricordare i 400 anni della morte di san Carlo. In questa occasione Giovanni Paolo II venne, per la seconda volta, a Milano a concludere il grande anniversario. 
Per questo IV centenario della canonizzazione siamo desiderosi di poter ricevere dal Santo Padre Benedetto XVI una Lettera alla nostra Chiesa ambrosiana, in attesa che venga tra noi nella primavera del 2012 per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie che, per sua scelta, si terrà nella Città di Milano. Un secolo prima, per il III centenario della canonizzazione di san Carlo, il papa Pio X aveva promulgato l’Enciclica Editae saepe, mentre l’Arcivescovo di Milano di allora – il cardinal Andrea Carlo Ferrari – aveva scritto ben tre Lettere pastorali». 

Qual è il tema chiave del cammino che attende la Diocesi?
«Per il nuovo anno pastorale vorrei sottolineare con grande forza la fondamentale vocazione di tutti alla santità. L’anno scorso abbiamo parlato di “Pietre vive” per indicare il nostro essere Chiesa, ma noi sappiamo che le pietre vive sono tali solo nella misura in cui sono “sante”. Il grande e vero destino di tutti è la santità. Di qui il nostro impegno a far sì che tutta la molteplice attività pastorale della Diocesi abbia come sua linfa vitale la consapevolezza, lo slancio, la gioia del sentirsi quotidianamente chiamati alla santità. 
Guarderemo a san Carlo per capire in che modo, su quali strade è diventato santo, anche se – come tutti – aveva i propri difetti». 

Una figura ricca quella del compatrono della diocesi di Milano. Quali aspetti vuole evidenziare?
«Due i tratti fondamentali della sua spiritualità che desidero sottolineare. Il primo è il suo amore di dedizione alla Chiesa, alla Chiesa concreta: fu arcivescovo per tutti, in mezzo alla gente, dentro il suo popolo. Pur morendo a soli 46 anni, egli ha compiuto la Visita pastorale tre volte in una diocesi molto estesa, che allora contava circa seicentomila abitanti. Visite fatte a cavallo o a piedi in montagna, con gli scarponi chiodati ai piedi, pur di arrivare dappertutto. 
È questo un grande messaggio anche per la Chiesa di Ambrogio e Carlo di oggi: la missionarietà non significa solo andare dovunque per annunciare e testimoniare il Vangelo, significa anche accogliere le persone che incontriamo o vengono a noi per i più diversi motivi, anche non religiosi. Rinnovo ancora una volta l’invito perché nel prossimo anno pastorale le nostre comunità cristiane si lascino coinvolgere nello slancio missionario di annunciare l’amore di Dio per tutti attraverso parole e gesti di ascolto, dialogo, accoglienza, solidarietà. 
Il secondo tratto – in realtà è il primo, quello sorgivo di ogni altro – della spiritualità di san Carlo è il suo amore appassionato al Crocifisso. Tra i tantissimi quadri che sono sparsi in diocesi e che lo ritraggono, i più ce lo presentano con gli occhi fissi sul Crocifisso o nel raccoglimento della preghiera, della contemplazione. Dall’amore per il Crocifisso san Carlo traeva il suo amore per ogni uomo, soprattutto se povero, malato, solo ed emarginato». 

Povertà e sobrietà sono temi che in questi anni lei ha fortemente richiamato agli ambrosiani…
«Il cardinale Borromeo fu anche esemplare per la vita di povertà e di essenzialità da lui liberamente scelta. La sobrietà, che significa giusta misura nell’uso delle cose, ha un rapporto profondo con questa povertà, che è vivere con tutto ciò che il Signore ci dona e che comunque non è nostro possesso o proprietà che non può essere condivisa. 
La sobrietà parla di donazione, apertura, condivisione con gli altri. In questo senso la sobrietà diventa la “cifra” moderna del come, evangelicamente, noi siamo chiamati a usare i doni che il Signore ci offre ogni giorno». 

Nei due suoi più recenti interventi si è rivolto in modo accorato alla Città. In occasione dell’uccisione a pugni per strada della signora filippina Emlou ha chiamato tutti a sentirsi responsabili di tutti. Nell’omelia dell’Assunta ha chiesto a chi ha un incarico di guida e responsabilità nella società di lavorare per il bene comune e non per il proprio tornaconto. Guardando alla Milano di oggi, san Carlo quali parole aggiungerebbe?
«Più che parole offrirebbe fatti, ossia una straordinaria testimonianza di vita totalmente dedita agli altri e al loro bene: non affatto al proprio interesse. 
Lo vedo in mezzo alla gente, pronto ad accogliere il grido dei poveri e degli ultimi. Dalla chiesa passa alle strade della Città, le attraversa portando sulle spalle e nel cuore la Croce. La mostra a tutti perché, guardando alle ferite e alle piaghe del Signore, possano riconoscere l’amore misericordioso di Dio e possano, a loro volta, testimoniarlo agli altri con le opere della carità compassionevole e della sacrosanta giustizia reclamata dai deboli e dagli oppressi. 
Il Cristo della croce è per tutti, non rifiuta a nessuno il suo amore che libera e salva. Imitarlo in questo non è solo sequela di lui e del suo Vangelo, ma è anche amore alla Città, servizio autentico al bene comune. 
È la Croce la vera sorgente e la spinta più forte della speranza. E di una nuova speranza ha oggi bisogno la nostra Città».