Nell’Anno sacerdotale l’Arcivescovo, in un volume dell’editore Cantagalli, si rivolge ai sacerdoti e propone una via per non perdere di vista il rapporto personale con il Signore, ponendo anche l’interrogativo: «Che cosa possiamo fare, che cosa dobbiamo fare?

Copertina 'Essere prete oggi'

In occasione del 150° anniversario della morte del Curato d’Ars, papa Benedetto ha indetto nello scorso giugno un Anno sacerdotale con l’intento di «contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte e incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Molte considerazioni si sono intrecciate da allora, raccogliendo quell’invito e proseguendo riflessioni che, in realtà, non si sono mai spente nella Chiesa.
In questa scia si colloca anche il recente libro del cardinal Tettamanzi «Il sacerdote: ministero e vita» (Cantagalli edizioni, 240 pagine, 12 euro). Il testo raccoglie a piene mani dal suo magistero ordinario, soprattutto negli interventi ai preti, cercando di radunare un disegno complessivo attorno a tre snodi importanti: l’identità del prete, la sua missione all’interno della Chiesa comunione e alcuni temi maggiori della sua vita spirituale. Non si tratta di una riflessione astratta, come non potrebbe esserlo. Non si capirebbero l’articolazione e la riflessione svolta senza tenere conto delle molte trasformazioni in corso cui, in modo particolare, la Chiesa ambrosiana sta assistendo. Ciò che anche nei nostri felici paesi neppure immaginavamo di vedere non molti anni fa, ora è all’ordine del giorno, diventa una priorità che prima di ogni strategia possibile è semplicemente imposta dalla storia.
Èchiaro da tempo che questa svolta è faticosa per tutti. Per le comunità, ma anche per i preti che vi sono impegnati. Per le comunità, anzitutto, perché si trovano a fare i conti con una realtà diversa, multiforme, difficile da capire e nella quale orientarsi nuovamente. Soprattutto, più che vivere la passione del nuovo si sente il vuoto di qualcosa che è venuto meno.
L’annuncio del Vangelo, la comunicazione e l’educazione alla fede rimangono sostanzialmente immutati, ma il quadro complessivo è quello di una situazione in transizione rispetto il passato. Così, quello che ci tocca da vicino come preti, sino a tormentarci qualche volta, come ricorda il cardinal Tettamanzi, «è l’interrogativo sulla nostra azione pastorale: che cosa possiamo fare, che cosa dobbiamo fare?».
Ma la questione decisiva è quella che risuona nella terza parte del libro dedicata alla vita spirituale del prete: «Siamo e diventiamo sempre più “uomini di fede”? Quale rapporto ha la nostra fede – e dunque la nostra relazione personale con il Signore Gesù nella comunione ecclesiale vissuta e sofferta in questa storia – con il nostro pensare e giudicare, con le nostre parole, con le relazioni che viviamo?».
La cosa vera, in ogni passaggio della vita, è non perdere di vista il Signore. Per ritrovarsi, il cuore ha bisogno di concentrarsi in questo sguardo. Così possiamo avere una visione vera, ben filtrata della realtà solo se manteniamo lo sguardo fisso su Gesù. Forse, prima di chiederci cosa dobbiamo fare, dove dobbiamo andare, come possiamo organizzarci – tutte questioni irrinunciabili per la verità – dobbiamo chiederci «dov’è Lui?», dove lo incontriamo, dove ci chiama, cosa ci sta domandando e cosa sta domandando alla sua Chiesa in questo tempo. È Lui che agisce e salva e noi siamo “soltanto” suoi collaboratori. Dirà Paolo: «Collaboratori della vostra gioia» (2Cor 1,24), dove la gioia è il dono dello Spirito, infuso nei cuori.
In questa luce, si temono meno le fatiche come le ferite. Divengono, al contrario, uno straordinario punto di avvio, come proponeva H. Nouwen. «Il ministro è chiamato a riconoscere nel proprio cuore le sofferenze dei suoi tempi e a fare di questo riconoscimento il punto di partenza del suo servizio. Sia che egli cerchi di entrare in un mondo dislocato, o che entri in contatto con una generazione convulsa, o che parli a un morente, il suo servizio non sarà percepito come autentico se non proverrà da un cuore ferito dalle stesse sofferenze di cui egli parla. Pertanto non si potrà scrivere niente sul ministero se non si capiranno più a fondo i modi in cui il ministro dovrà scoprire le proprie ferite come fonte di guarigione».

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