At 20,17-38; Sal 26(27); Gv 14,7-14 «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio». (Gv 14, 7) Il “già” e il “non ancora” emergono dalle parole del brano. In Gesù noi conosciamo già il Padre che ci attira verso suo Figlio. Ciò che è eterno, in cui tutto è contemporaneamente presente (!), si è fatto storia e vicenda. Scendendo nella sua creazione, Dio accetta il divenire, condiscende alla nostra condizione. Noi, come Filippo, vorremmo svincolarci da questa storia che procede, si ripete, balza avanti, torna indietro, si ferma e riprende. Vorremmo essere già a compimento e avvertiamo come un peso il non ancora esservi giunti (Fil 3,7- 14). Ma è così perché abbiamo delle opere da compiere. Gesù non ci lascia soltanto la sua pace. Ci dà eredità e compito. Inscindibilmente. Egli fa di noi dei pellegrini, non dei fuggitivi. Chiedere nel suo nome significa fidarsi più del suo sguardo che delle nostre “esigenze”. Chiedere a lui per avere quello che ci serve perché «strada facendo, diciamo che il Regno è vicino» (Mt 10,7). Preghiamo Il tuo volto Signore io cerco. Non nascondermi il tuo volto. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. (dal Salmo 26) [da: La Parola ogni giorno – LA NOSTRA LETTERA SIETE VOI – Santità ministeriale – Pasqua 2011 – Centro Ambrosiano]

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