1. Non c’è nessuno che mi conosce
Come una condanna alla solitudine.
Uomini definiti da etichette: un carcerato, una guardia, un prete, un medico. Quello che sono io, quello che io porto dentro di me, i miei sentimenti, i miei sogni, le mie paure. Chi mi conosce?
Uomini definiti da un dossier: hanno aperto il mio dossier, l’hanno riempito di carte, di documenti, di atti processuali, di memorie di avvocati. Sono diventato un dossier, nell’archivio della polizia penitenziaria o negli archivi dei tribunali.
Un uomo definito da un numero: il numero della cella, il numero del letto, il numero della categoria delle pene.
Nessuno mi conosce. Forse neppure le persone più care: la mamma, il papà, la moglie, i figli. Sì, mi vogliono bene. Ma non riescono a capire quello che provo, il mio dolore per aver causato dolore, la mia attesa di un segno di affetto, non solo di un’assistenza generosa.
Nessuno mi conosce, nessuno mi comprende.
2. L’incontro degli sconosciuti
Nel giardino, presso il sepolcro avviene un incontro. Maria vede Gesù, ma non lo riconosce. Maria di Magdala, che tanto amava Gesù, che gli doveva tanto, vede Gesù e lo ritiene un custode del giardino. Neppure Maria conosce Gesù.
Questa è la vita normale. Nessuno conosce nessuno e ciascuno è come bloccato nella sua solitudine: non può veramente confidare quello che pensa, quello che sogna, quello che teme. Anche se lo fa gli altri non capiscono.
La vita è così: l’incontro degli sconosciuti.
3. «Maria!»
Maria riconosce Gesù, il Maestro, quando Gesù la chiama per nome.
Ma il modo di Gesù di chiamare per nome non è quello consueto, quello di chi non ti capisce, quello di chi ti vive accanto ma non sa chi sei.
Il modo di chiamare di Gesù è così speciale che Maria si volta e riconosce che il Maestro è vivo.
La vittoria di Gesù sulla morte è l’introduzione a una conoscenza vera delle persone.
Maria, io ti conosco, io so delle tue lacrime, io so la tua tristezza, la tua desolazione: ecco, sono vivo per darti la gioia, la speranza vera.
Maria, io ti conosco, io so il tuo amore, i sentimenti che abitano nel profondo della tua intimità, il tuo bisogno di essere amata e il tuo desiderio di amare.
Maria, io ti conosco, io so della speranza impossibile che ti ha condotto presso il sepolcro, io so che tu sei convinta che se non puoi fare conto su di me, Gesù, allora ti senti perduta, perché solo in Gesù c’è il perdono dei peccati, la liberazione di quel peso che schiaccia l’anima e non ti fa dormire di notte, per il rimorso, il vizio, la nostalgia.
Maria, io ti conosco, io so della tua solitudine: anche gli altri discepoli sono venuti al sepolcro, hanno dato un’occhiata e poi ti hanno lasciata sola.
Maria, io so della scarsa stima che hai di te stessa, dopo una vita così sbagliata, dopo che sette demoni hanno segnato i tuoi giorni: ma io ho stima di te. Proprio a te affido il messaggio che cambia la storia, la vita nuova nella risurrezione!
4. Impareremo uno sguardo nuovo?
La festa della Pasqua è il dono di sentirsi conosciuti, in quella profondità in cui nessuno può entrare e nessuno può entrare con benevolenza, con uno sguardo di misericordia.
La festa di Pasqua può essere il dono di conoscere, di guardare gli altri in un modo nuovo, oltre le etichette, oltre i ruoli, oltre le ferite della vita di prima, oltre il marchio del male compiuto.
Possiamo provare a guardare le persone come le guarda Gesù? a chiamare le persone come le chiama Gesù?

