Martedì 10 febbraio, nella parrocchia di Sant’Ildefonso a Milano, sono state celebrate le esequie del professor Virgilio Melchiorre. Come me, moltissimi studenti hanno un grande debito di riconoscenza per quest’uomo mite e riservato, che ha dedicato l’intera sua esistenza allo studio e all’insegnamento nell’Università cattolica del Sacro Cuore.
Virgilio – parlo di lui chiamandolo per nome, perché la nostra amicizia dura da più di cinquant’anni – nasce a Chieti nel 1931 e diciottenne arriva a Milano, ammesso nel Collegio universitario della Cattolica per frequentare la Facoltà di Lettere e filosofia, dove consegue la laurea in Filosofia nel 1953. Con l’eccezione di un breve periodo di insegnamento nell’Università di Venezia, Virgilio non ha mai lasciato la Cattolica, dove è stato docente di Filosofia della storia, di Filosofia morale e di Filosofia teoretica, la cattedra più prestigiosa della Facoltà. Dal 1967 al 1995 ha anche diretto la Scuola superiore di Comunicazioni sociali.
Lo stile della sua ricerca
«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro» (Gv 20,30s.). Così si conclude il quarto Vangelo. Attraverso segni Gesù ci ha parlato e ai segni Virgilio ha dedicato la sua lunga esistenza di uomo, di studioso, di credente. L’apostolo Paolo, a conclusione del suo mirabile inno alla carità, scrive: «Adesso noi vediamo in modo confuso come in uno specchio, allora invece vedremo faccia a faccia» (1 Cor 13, 12). Queste parole dicono lo stile della ricerca di Virgilio, consapevole del valore e del limite della nostra conoscenza, ricerca animata dal desiderio di dar voce al senso ultimo dell’esistenza, per lui, uomo di profonda fede, vedere faccia a faccia il volto di Dio.
Quante volte le esperienze decisive della nostra esistenza non trovano nelle parole il mezzo espressivo adeguato. Quante volte, quando viviamo una intensa esperienza di amore, affidiamo al silenzio, a un abbraccio, a segni di tenerezza di cui il nostro corpo è capace, quanto le parole non sono in grado di manifestare. Ma l’esperienza dell’amore umano non nasce e non si esaurisce forse qui e ora, nel tempo? Eppure Dio che è amore si fa conoscere attraverso l’esperienza dell’amore umano, che così svela il suo mistero insondabile “facendosi segno”, comunicandosi.
Invisibile, eppure reale
Nella nostra vita quotidiana sono i segni che ci parlano di quanto è al di là, è oltre l’immediato. I segni alludono a una dimensione della nostra esistenza che non vediamo e non tocchiamo perché invisibile agli occhi, eppure reale, anzi più reale di quanto cade sotto i nostri sensi. Nel 1964, appena trentenne, Virgilio si si interroga sul senso della morte scegliendo come esergo al suo testo Sul senso della morte la parola di Gesù che, turbato fino al pianto dalla morte dell’amico Lazzaro, dice: «Questa malattia non è per la morte» (Gv 11,4). Eppure, proprio la morte che sembra consegnare al nulla la nostra esistenza può aprire un orizzonte, oltre, al di là dell’ultimo. Ma che cosa può esserci al di là dell’ultimo? Non è forse una pretesa vana la promessa di Gesù ai discepoli l’ultima sera della sua vita, «Verrò di nuovo e vi prenderò con me perché dove sono io siate anche voi»? (Gv 14,2s). Forse solo una consolazione per dissipare il turbamento che l’imminente separazione suscita nei discepoli e in tutti noi quando la morte entra nella nostra vita? E Gesù aggiunge: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti…».
Costruire una casa
Ancora una volta un segno, la casa, per dire il nostro ultimo destino. Casa del Padre, casa che ha molti posti perché nessuno deve andare perduto. Anche Virgilio ha costruito con Clelia una casa, la sua famiglia: Luca con Enrica, Mattia e Esther, Giovanna con Pino, Martino e Enrico e Pietro. Ha costruito. Sì, perché Virgilio non aveva solo una lucida intelligenza, ma anche mani capaci di lavorare il legno e ricavarne arredi per la casa, in quella sua piccola falegnameria che amava quasi come i volumi della sua biblioteca.
Sono trascorsi più di cinquant’anni da quando, seguendo le lezioni del professor Melchiorre, scoprivo insieme a tanti studenti, con stupore, che il mondo non è solo insieme di oggetti disponibili, calcolabili, manipolabili: il mondo dice più di quanto dica, è “segno”, segno di Altro: ciò che crediamo di poter esaurire nella presa della nostra conoscenza custodisce una sorpresa e un dono. Desidero solo dire un sommesso, ma intenso grazie a Virgilio per il dono di questo stupore.


