I bambini di Betlemme sterminati per la furia di Erode, risentito e spaventato, come si sa si incontrano in cielo e si raccontano storie: non sono più bambini, sono i beati.
E il beato Giacomo racconta.
Io avevo imparato a dire le prime parole, ancora stentavo a fare discorsi comprensibili. Ma le prime parole le avevo imparate e dicevo: “mamma”, “papà”. Quando vennero i soldati di Erode, nel mio spavento ho gridato: “papà, papà”. E mio papà dovette assistere alla mia morte impotente, ferito, fuori di sé per il dolore e la rabbia. Tanto era profondo il suo dolore e la sua rabbia, che era diventato aggressivo e aveva in odio ogni cosa che ricordasse quel soldato crudele. Perciò mio papà divenne crudele, violento, fino a diventare assassino. Fu catturato e condannato. Lo salvò dalla morte solo il fatto che Pilato mise in gioco due vite, la sua e quella del Nazareno. E il Nazareno, Gesù, fu condannato a morte e lui, mio papà, Barabba, fu liberato.
E fu questa la sua salvezza: di fronte al dolore innocente del Giusto, mio papà avvertì che la sua ferita era guarita e divenne anche lui giusto e buono. Da Gesù ha imparato a perdonare. Ha preso parte alle sofferenze di Gesù e così divenne capace e deciso a non far soffrire più nessuno.
E il beato Efrem racconta.
Io ero nato imperfetto. Non avrei mai potuto camminare e non avrei mai potuto lavorare. Ero nato come una disgrazia per la mia mamma e il mio papà. Quando vennero i soldati e la spada mi trafisse, mia madre pianse, ma per lei la mia morte fu come un sollievo, una liberazione. Non poteva dirlo, ma il pensiero di me era un pensiero di pena e di fatica.
Ma con il passare del tempo, la pena scavò nell’animo della mia mamma una ferita profonda e continuava a pensare a me, ai suoi sentimenti sbagliati verso di me. In ogni bambino le sembrava di riconoscermi e di dovermi chiedere perdono. Era una giovane donna infelice e le attenzioni di mio papà e la nascita dei miei fratelli non riuscivano a renderla serena. Appena si trovava sola avvertiva il rimorso per non avermi amato e piangeva.
Quando però vide il Crocifisso e lì, sotto la croce, vide la Madre, riconobbe in Maria come una sorella, una donna che poteva capire il suo dolore e guarire la sua ferita. Si confidò con Maria, pianse ancora, ma le sembrò come di essere liberata dalla persecuzione del suo rimorso. Ora univa le sue sofferenze a quelle di Cristo e le ultime parole che gridavano il perdono e il dono, sono state come una grazia: anche mia mamma si è sentita perdonata e disponibile al dono di sé.
E il beato Giuda racconta.
Io ero proprio piccolo, ero un bambino bellissimo e le amiche della mia mamma si incantavano quando mi vedevano. Ed ero un bambino adorabile per il mio sorriso sereno e per la mia tranquillità pacifica. Quando vennero i soldati non ebbero pietà di nessuno, neppure di me. Il soldato mi trafisse, spietato: sono morto senza soffrire e sono venuto in questo regno dei beati con il mio sorriso e la mia bellezza. Ma il soldato, da quel giorno, non riusciva a dimenticarsi di me, né del suo delitto. Spesso di notte lo perseguitavano gli incubi e di giorno il rimorso. Fece carriera, ma non conobbe la gioia; fu un buon soldato, ma non fu mai fiero di portare la spada. Divenne centurione, ma non fu mai un eroe; sempre aveva paura di dover uccidere ancora.
Quando però vide Gesù nazareno crocifisso e lo vide morire così, fu folgorato dalla rivelazione e riconobbe: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Riconobbe che la morte, questa morte per amore, era la via per entrare nella gloria di Dio. Riconciliato con il suo passato, il centurione divenne discepolo del Risorto e ricordando il mio volto e il mio sorriso continua a offrire sorrisi a tutti coloro che incontra.
Così i Santi Innocenti raccontano storie e sanno riconoscere che la loro tragica storia e le vite e le morti di tanti santi innocenti sono partecipi delle sofferenze di Cristo e della sua gloria. E diventano testimoni dei frutti dello Spirito e confortano tutti i cuori feriti, feriti per aver sofferto ingiustamente e feriti per aver fatto soffrire, e aprono per tutti la porta della speranza: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria».

