Da queste due categorie giunge lo stimolo a cogliere nel futuro più sfide che problemi. Il valore del Sinodo si allarga dalla dimensione ecclesiale a quella civile e sociale: con l’ascolto reciproco e la condivisione contro muri e violenze

di Monica MARTINELLI
Membro della Commissione per il Sinodo e docente in Università Cattolica

Martinelli
Al centro, Monica Martinelli

Il Sinodo indetto dall’arcivescovo Delpini ha innescato un processo che sta facendo incontrare persone diverse, nei luoghi della quotidianità, per scambiarsi esperienze e sogni sul futuro della Chiesa.

Mi capita di incontrare migranti e giovani – due categorie molto affini tra loro perché si stancano se non camminano – che coltivano uno sguardo aperto a cogliere nei problemi le sfide che riaprono l’orizzonte; nelle fatiche, le doglie del parto di un mondo capace ancora di umanità; nelle ferite, le feritoie che possono generare vita nuova non solo per chi è accolto, ma anche per chi accoglie.

Ascoltandoli, ricevo spesso questo messaggio: coloro che si trovano a varcare i confini non sono un problema, bensì “avamposti del futuro”. L’esilio, qualunque sia la sua forma, può essere incubazione di azioni creative, il focolaio del nuovo. E forse per questo nell’esiliato si vede spesso una minaccia: egli rovescia ciò che è abituale. Ma se questo processo è attraversato positivamente, allora può sorgere qualcosa di creativamente nuovo per tutti.

A ciò vuole contribuire il percorso sinodale, edificando la cattolicità della Chiesa, il suo essere ab origine “Chiesa dalle genti”: la Chiesa della pentecoste, popolo di popoli in cammino, comunione nella diversità. Il metodo sinodale invita a pensare e ad agire insieme cogliendo i segni della presenza di Dio nell’umanità gravida della Pasqua.

Sono in particolare i giovani, esuli del senso, ad avere a cuore il desiderio di superare forme e linguaggi divenuti inadeguati rispetto alla vita. «La presenza di persone che emigrano – dicono – ci apre finestre su questioni che vanno affrontate»: si tratta di ripensare il proprio essere ‘civili’ sulla base non tanto della sicurezza per alcuni, ma della capacità di prendersi cura della comune aspirazione a un futuro vivibile per tutti.

Certamente, il Sinodo costituisce un momento prezioso per la Chiesa, ma il suo valore si allarga: in un tempo in cui il benessere produce nella metropoli tante forme di solitudine e depressione, mentre la deprivazione delle periferie (geografiche e esistenziali) produce disperazione nelle notti di un’umanità che fatica a ritrovare se stessa, forse ci si salverà dai muri e dalla violenza attraverso l’ascolto reciproco e la condivisione.

Giovani e migranti dicono di «sentirsi a casa in una Chiesa che ascolta, cammina “con” e sta nella realtà»; «vorremmo che la Chiesa non fosse un club di amici, ma aperta a correre il rischio dell’incontro» così da «esprimere la dimensione fraterna del Vangelo» in cui la vita chiama altra vita. A questo desiderio fanno eco le parole di Francesco nell’Evangelii Gaudium: «Sentiamo la sfida di scoprire la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica», che è l’incontro dei popoli, il quale «può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio».

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