Redazione

Furono poi i fratelli Gabrio e Giuseppe a trasformare la tenuta agreste in una vera e propria villa di delizie, verso la metà del XVIII secolo, costruendo e allargando, ornandola secondo il gusto del barocchetto lombardo. Il corpo principale si affacciava ora sul Lago di Varese, con il grande salone che dava direttamente sul giardino e le stanze intime al piano superiore. Non si badò a spese: i Perabò, del resto, potevano permetterselo. Dipinti, arazzi, ceramiche e mobili raffinati riempirono le sale, stupendo gli ospiti illustri, inorgogliendo i padroni di casa. Una gloria destinata a finire. Camillo, l’ultimo, triste erede del casato ambrosiano, cedette infatti ogni cosa nel 1838 a un principe non ancora maggiorenne, Lodovico Melzi D’Eril. Il duca, tuttavia, a Gazzada non vi mise mai piede, e quindici anni più tardi rivendette la villa, come del resto tutti i passati beni dei Perabò, a Giuseppe Cagnola. Uomo non di nobili natali, ma ricco, ricchissimo: una fortuna messa insieme grazie all’incarico di appaltatore dell’esercito asburgico, che gli permise di acquistare anche il titolo nobiliare. Ma più che Giuseppe, furono il figlio Carlo e poi il nipote Guido Cagnola a fare della villa di Gazzada quella che ancor oggi è: un luogo sorprendente. Accorto ed esperto negli affari, Carlo completò e arricchì la sua dimora con molte opere d’arte, pregiati quadri, tappezzerie e intere collezioni di ceramica, la sua vera passione. Grande attenzione venne posta anche nella sistemazione degli spazi esterni, trasformando le pendici della collina in un luogo deputato al pieno godimento della natura, secondo quella poetica del “pittoresco” allora decisamente in voga, soprattutto in area anglosassone. Guido proseguì sulle orme del padre, ma con ancora maggiore capacità e determinazione. Vero cultore d’arte, l’ultimo dei Cagnola preferì la casa di Gazzada a tutte le altre proprietà della famiglia, ritirandosi quassù alla vigilia della Grande Guerra, circondato di opere preziose e ricercate, confortato da giardini incantevoli, scenografici nel mutare delle stagioni. Negli anni, Guido Cagnola andò maturando un progetto importante quanto significativo: far diventare la sua bella villa di Gazzada un luogo dove discutere e confrontarsi sui grandi temi della fede e della vita, della religiosità e della laicità, a livello internazionale e in modo estremamente serio. Come è oggi realtà, grazie all’Istituto superiore di Studi religiosi e alla Fondazione Ambrosiana Paolo VI che qui hanno sede. Chi vuole vedere il bel dipinto del Bellotto, faccia una visita alla Pinacoteca di Brera, a Milano. Ma, soprattutto, non si perda l’occasione di ammirare con i propri occhi le linee armoniose, e un po’ malinconiche, della villa di Gazzada, vagando per i suoi giardini fioriti, lasciandosi magari sorprendere da un tramonto che lentamente si spegne nel lago

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