In due distinti profili presentiamo le vicende di due fratelli: entrambi Arcipreti del Duomo, Carlo per un periodo relativamente breve, Gaetano – che avrebbe segnato la storia della Biblioteca Capitolare – per un lasso di tempo molto più ampio

di monsignor Renzo MARZORATI

Gaetano Oppizzoni nacque a Milano nel 1768, figlio del conte Francesco – di antica nobiltà milanese – e della marchesa Paola Trivulzio. Dopo poco più di un anno, nel 1769, nasceva il fratello Carlo. Ambedue studiarono a Pavia, nel Seminario generale voluto dall’imperatore Giuseppe ii e conseguirono la laurea in Teologia e Diritto. Orientati decisamente verso il sacerdozio, ricevettero insieme il suddiaconato e il diaconato nel 1791, e due anni dopo furono ordinati sacerdoti. Carlo fu nominato cappellano della chiesa di Santa Maria della Sanità – ancor oggi esistente in via Durini – e Gaetano entrò a far parte del Capitolo di Santa Maria della Scala in San Babila. Tre anni dopo Carlo, da poco inserito come canonico nel Capitolo Maggiore del Duomo, succedette all’arciprete Giuseppe Ordoño de Rosales, morto tragicamente a Pavia. Ricorda l’evento la Gazzetta Universale del 28 giugno 1796: inviato da Napoleone, insieme con l’arcivescovo Filippo Visconti, a sedare la rivolta popolare, «di lui si persero le tracce e si credette potesse esser fuggito, o emigrato».
L’Arciprete – a differenza del Prelato – era invece rimasto in Pavia; chiuse le porte, «ne venne la funesta conseguenza che la Città fu presa d’assalto: il Rosales era in quel momento in atto di predicare in una pubblica strada, e con sommo fervore cercava di quietare il tumulto, quando […] cadde egli pure vittima innocente del suo zelo». Il suo cadavere, inizialmente associato a quello dei rivoltosi morti negli scontri, venne riesumato solo dopo qualche settimana e riconosciuto «con due colpi di fuoco nel petto, due di taglio nella testa e recisa la mano destra». Erano anni difficili, quelli del ministero arcipretale di Carlo Oppizzoni: sotto l’occupazione francese la Chiesa non aveva vita tranquilla. Molte chiese erano state requisite dall’esercito, i loro beni confiscati o trafugati. La stessa Biblioteca Capitolare era stata trasformata in infermeria e molti libri erano andati dispersi. Carlo Oppizzoni dimostrò ben presto le sue capacità e il suo coraggio, malgrado le intimidazioni e la volontà dei francesi di sopprimere lo stesso Capitolo. Verso la fine del 1801 accompagnò l’anziano arcivescovo Filippo Visconti a Lione, per partecipare ai Comizi (riunioni legislative) convocati dal Primo Console Napoleone Bonaparte.
L’Arcivescovo, affaticato e malato, morì, e l’Oppizzoni dovette continuare la partecipazione, dando prova di grande equilibrio e capacità, e riuscendo a difendere la Chiesa dai soprusi francesi. Fu apprezzato anche dallo stesso Napoleone, che lo voleva Arcivescovo di Milano, ma Carlo rifiutò con ferma decisione. L’anno successivo non poté rifiutare la nomina ad Arcivescovo di Bologna, e successivamente fu elevato alla dignità cardinalizia. Fu promotore, nel 1809, del rifiuto di tredici tra i Cardinali convocati da Napoleone per partecipare alle nozze con Maria Luisa d’Austria, considerate illegittime per il divorzio dalla moglie precedente, Giuseppina. Questo gli valse l’esilio e la privazione di portare la porpora cardinalizia. Caduto Napoleone, Carlo poté ritornare a Bologna, dove resse la Chiesa a lui affidata con saggezza ed equilibrio. Riformò la Curia e intraprese anche una Visita pastorale della vasta diocesi sul modello di quelle iniziate dall’arcivescovo Carlo Borromeo a Milano. Riorganizzò anche la famosa Università – promovendone gli studi e dando loro nuovo vigore – e ne fu nominato Gran Cancelliere. Con la proclamazione della Costituzione di Pio ix scoppiarono numerosi tumulti a Roma e anche a Bologna.
L’Arcivescovo si prodigò per mitigare la dura reazione quando l’esercito austriaco rioccupò la città. Ormai vecchio e malato, morì nel 1855. Quando Carlo assunse l’episcopato di Bologna il fratello Gaetano venne subito chiamato a prendere nel Capitolo Maggiore il suo posto e poco dopo, ai primi di marzo del 1803, fu eletto Arciprete e quindi parroco di Santa Tecla, la parrocchia del Duomo. Gateano reggerà la Cattedrale di Milano per quasi mezzo secolo fino alla sua improvvisa morte, avvenuta nel 1849.

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