I suoi interessi spaziavano oltre i confini tracciati dalla scuola: lo rivelano le pubblicazioni di quel fecondo decennio

di Inos BIFFI

Giovanni Colombo

Il gusto umanistico e la passione per la letteratura furono innati in Giovanni Colombo. Li ebbe come dono sorprendente e imprevedibile, in una famiglia modesta, senza dubbio non dedita alla coltivazione delle lettere, dove però il padre «aveva una certa cultura» e la madre amava raccontare episodi del vangelo, apologhi e leggende. Quel dono cominciò a fiorire molto presto. Egli ricorda che alla fine della sesta classe sapeva tutti gli Inni Sacri e le Odi Civiche del Manzoni. Quello per Manzoni «è amore di vecchia data». Era solo un ragazzo, e come regalo natalizio chiese I Promessi Sposi: «Li ho letti tutti allora, confidava, e da allora il Manzoni con il suo romanzo e con le sue poesie mi fu sempre compagno».

Da adolescente non poté che coltivare l’istintivo amore alla poesia e dedicarvisi, e certo non per merito della scuola o per impulso di maestri egregi. Restano ancora qua e là alcune sue composizioni, allora ammirate e che, naturalmente, portano i segni del loro tempo.

Un maestro, che invece lasciò in lui impronte indelebili, lo incontrò all’Università Cattolica, frequentata intorno agli anni trenta. Fu Giulio Salvadori. Mezzo secolo più tardi scriverà: «Le sue parole mi hanno segnato per tutta la vita». Conservano una loro attrattiva le pagine stese in sua memoria dallo studente Giovanni Colombo in Vita e Pensiero su invito, che fu un ordine, di padre Gemelli, il quale lo aveva in grande stima. Sarà lui a chiamarlo all’insegnamento della letteratura italiana presso la facoltà di magistero e poi di lettere e filosofia della sua università, e con vivo disappunto non riuscirà a trattenervelo come docente.

All’impegno letterario, subito inteso come un’alta missione e una forma preziosa di ministero sacerdotale, Giovanni Colombo si dedicò a tempo pieno solo per poco più di un decennio, dal 1926 al 1939: gli anni dell’università – conclusi con una tesi su La rinascita Cattolica e il suo secolo -, e della docenza ginnasiale, liceale, e universitaria, dal 1937 al 1939, presso la facoltà di magistero e di lettere e filosofia della Cattolica.

Ma soprattutto nell’insegnamento liceale, a cui vennero associandosi poi per breve tratto le lezioni all’università, Giovanni Colombo maturava e svolgeva la sua vocazione di letterato. Gli autori studiati erano quelli assegnati dai programmi, che non portava mai a termine, tanto su qualcuno, come su Dante o Petrarca o Boccaccio o su Manzoni, si soffermava con analisi incontentabile. I suoi interessi tuttavia spaziavano oltre i confini tracciati dalla scuola e lo rivelano le pubblicazioni di quel decennio che dal profilo letterario fu il più fecondo. Non sono grandi opere ma saggi consistenti. Vi ricorrono: Pirandello, Leopardi, Mignosi, Carducci, Papini, Mauriac, Claudel e Chesterton, Ibsen, Gálvez, Carducci, Fogazzaro, Verga, Deledda. Nel ’37 egli pubblicherà presso Vita e Pensiero Aspetti religiosi della letteratura contemporanea, ora ristampato – mentre qualche anno prima aveva scritto dei saggi sulla letteratura come sussidio alla catechesi. Molti anni dopo confidò quali fossero i suoi pensieri di allora: «Mi dicevo: se io riuscissi ad avere all’Università Cattolica, o altrove, una cattedra e potessi insegnare con le parole e soprattutto con gli esempi avuti da Giulio Salvadori, io sono certo di non tradire il mio sacerdozio».

Di fatto, a partire dal ’39, egli dovette lasciare l’insegnamento della letteratura – anche se qualche saggio ancora, come su Moretti o su Pirandello – continuerà ad apparire. Quell’abbandono, inatteso e imposto senza appello, fu probabilmente la prova più dolorosa della sua vita. Ripensandovi, diceva d’essersi sentito come un uomo cui venisse tolta la propria pelle per essere inguainato in un’altra. E tuttavia, quello che aveva acquisito e che, soprattutto, lo premeva dentro, non mancava mai di rivelarsi: non solo, direbbe Dante, nel bello stile che gli faceva onore – e che renderà il suo discorso limpido, attraente, quasi sempre esteticamente equilibrato, steso con una cura che conosceva il tormento del perfezionismo -, ma anche nei ricorrenti richiami letterari che seguitarono, nell’una o nell’altra forma, durante la sua missione di educatore, durata decenni.

Negli stessi anni dell’episcopato l’interesse alla letteratura non fu del tutto trascurato. Abbiamo accennato al Manzoni; dovremmo richiamare i suoi rapporti, sia pur brevi, con Montale, Bacchelli, Angelini, o con Italo De Feo.

Con entusiasmo, e con fatica non lieve, ricomincerà a tenere lezioni di letteratura all’università da lui fondata per la terza età, riprendendo per lo più scrittori e temi passati non mai dimenticati.

Non sapremo mai che posto preciso avrebbe occupato e quale impronta avrebbe lasciato Giovanni Colombo nella storia delle nostre lettere, se avesse continuato a insegnarle. È sicuro, in ogni caso, che egli avrebbe proseguito a delineare e a trasmetterci i ritratti degli autori sotto l’aspetto della loro interiorità e del loro dramma più profondo: il dramma religioso.

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