I relatori anticipano alcuni contenuti degli Incontri di cultura e spiritualità in programma dal 9 febbraio sulla vergogna e il pudore

di Ylenia SPINELLI

Da ormai dieci anni gli Incontri di Cultura e Spiritualità organizzati presso il Seminario di Seveso sono un’occasione per riflettere su alcuni temi rilevanti dell’universo giovanile, a partire dalle parole del Vangelo. Strettamente legata alla tematica della colpa, sviluppata lo scorso anno, il nuovo ciclo di incontri, che prenderà avvio il 9 febbraio alle 21, avrà come tema la vergogna e il pudore.

L’intervento introduttivo di taglio sociologico, curato da don Ugo Lorenzi, parte dal presupposto che la vergogna è il sentirsi nudi di fronte a un giudizio di inadeguatezza e di insufficienza che gli altri formulano, o potrebbero formulare, su di noi. Nasce quando ci rendiamo conto di aver agito in modo diverso da come viene indicato dalle regole sociali, dagli insegnamenti ricevuti o dalle aspettative degli altri.

Ma come avviene questo giudizio? Fa bene o male alla vita delle persone? «Come il senso di colpa, la vergogna è un sentimento ambivalente – anticipa Lorenzi -. La sua funzione può essere positiva o negativa, a seconda di come viene vissuta. Ci interessa osservarla da vicino, perché la sua duplice natura la rende un interessante strumento di conoscenza di noi stessi e insieme un terreno di verifica dei valori che orientano la nostra vita».

Quando funziona bene, infatti, la vergogna è come un campanello di allarme, che ci informa del fatto che nel nostro modo di agire ci siamo discostati da ciò che il senso comune ritiene giusto. Ma poi, dal piano della paura del giudizio, dobbiamo spostarci su quello dei valori a cui crediamo. «Il senso comune, le tradizioni sociali e le aspettative degli altri, che generano vergogna quando vengono violati – continua Lorenzi – sono come un trampolino che mi rimanda a ciò che motiva la mia vita in profondità. La vergogna, insomma, è come la prima tappa di una staffetta: essa passa il testimone alla consapevolezza dei valori, alla coscienza personale, alla vita morale e alla fede». La vergogna funziona invece male quando non passa il testimone, allora genera disagio, perché si perde nel continuare a rimuginare cosa probabilmente gli altri staranno pensando di me, così diventa un gioco di specchi potenzialmente infinito e divorante.

Nel secondo incontro del 16 febbraio, don Emilio Gnani si concentra sull’aspetto più psicologico, a partire dal colore della vergogna: «Diventando “rosso come un peperone” una persona esprime a livello corporeo un messaggio contraddittorio, desidera sottrarsi all’attenzione degli altri, ma diventa più visibile». Per questo suo carattere ambivalente, è utile comprendere i tre diversi modi in cui la vergogna si manifesta: la sparizione, la paralisi e la nudità. Ciò che accumuna queste sensazioni è un senso di umiliazione che chiama in causa l’immagine di sé e il possibile giudizio dell’altro. «Il senso di imbarazzo che caratterizza il vissuto emozionale della vergogna può diventare un problema quando getta un’ombra sul valore dell’individuo e non stimola l’assunzione delle proprie responsabilità – precisa don Emilio -, al contrario la vergogna può diventare un’esperienza positiva quando assume la forma del pudore, quando cioè interviene a proteggere e custodire l’identità contro uno sguardo che vorrebbe ridurla a oggetto di piacere e di sfruttamento».

Il  riferimento al terzo capitolo della Genesi sarà invece il punto di partenza su cui riflettere nell’ultimo incontro del 23 febbraio, dal taglio teologico. Don Mario Antonelli si soffermerà infatti sul rapporto vergogna – paura – nascondimento. «Il vedere, o meglio l’essere visti, è decisivo quando si tratta di vergogna – spiega Antonelli -, il problema sta nella istintiva persuasione che Dio ti veda secondo il modo della condanna».

Esiste infatti una “vergogna secondo il mondo”, quella che sente lo sguardo di Dio minaccioso e giudicante e una “vergogna secondo Dio”, che invece sente lo sguardo di Dio come misericordioso, amorevole, pronto nel riconsiderarci figli. «Qui dentro – conclude don Antonelli – prende senso il pudore, quale istinto buono ad un raccoglimento di sé sotto questo sguardo paterno di Dio».

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