Riflessione sul significato della ricorrenza liturgica della Presentazione del Signore

di monsignor Claudio MAGNOLI

Presentazione del Signore

«Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore» (Lc 2, 22). Dalla narrazione dell’evangelista Luca è nata la festa liturgica che oggi chiamiamo della presentazione del Signore: dapprima, quaranta giorni dopo l’Epifania, il 14 febbraio; successivamente, «quando si diffuse in tutto il mondo cristiano l’uso romano-occidentale di celebrare la natività di Cristo il 25 dicembre», il 2 febbraio.

Diversi sono anche i nomi e gli accenti succedutisi nell’arco dei secoli: Festa dell’incontro, a sottolineare l’avvenuto incontro nel tempio tra il bambino Gesù e i santi vecchi Simeone e Anna; Festa della purificazione di Maria, a evidenziare l’obbedienza di Maria alle prescrizioni della Legge e il suo umile atto di offerta del Figlio a Dio nel tempio; Festa . dizione certamente più devozionale che liturgica –della Candelora, per mettere in forte risalto lo sviluppo della benedizione delle candele e della processione alla luce delle candele benedette; Festa della presentazione – terminologia di nuovo conio post-conciliare – per legare insieme simultaneamente la presentazione al tempio del Figlio di Dio fatto uomo da parte di Maria e Giuseppe e la sua presentazione al mondo come «gloria d’Israele e luce delle genti» da parte del santo vecchio Simeone e della profetessa Anna per ispirazione dello Spirito Santo.

Un testo che accomuna la preghiera liturgica romana e ambrosiana di questa festa è l’inno vespertino dove l’intreccio tra cristologia (ragione primaria) e mariologia (ragione secondaria) raggiunge vertici di rara bellezza poetica e teologica. Le prime tre strofe cantano la perfetta realizzazione delle profezie antiche nel parto verginale di Maria («vergine concepì il Dio del cielo e il Signore della terra e vergine lo partorì, custodendo intatta dopo il parto l’integrità verginale»), e la gioia riconoscente di Simeone di vedere coi propri occhi (proprio lumine dice il latino) il Cristo tanto atteso e desiderato. La quarta strofa diviene una supplica accorata a Maria perché interceda dal Figlio «i suoi doni di luce», per lasciare il posto – nell’ultima strofa – a una diretta e confidente invocazione a Cristo: «O luce dell’eterno Padre, che del Padre ci dischiudi il mistero, fa’ che nel regno della luce innalziamo per sempre le tue lodi».

L’antifona ambrosiana cantata due volte, inframmezzata dalla dossologia trinitaria, dopo i dodici Kyrie, ricapitola infine in modo originale il senso della festa: «Il vecchio portava il Bambino, ma il Bambino reggeva il vecchio; lo concepì la Vergine, e vergine rimase dopo il parto; e adorò proprio quel Figlio che aveva generato». Si comprende allora la ragione per cui questa festa in epoca recente si sia fatta accogliente anche della giornata mondiale della Vita consacrata. I battezzati (uomini e donne), che hanno accolto l’invito del Signore a consacrare a Lui l’intera esistenza nella professione dei consigli evangelici (obbedienza, povertà e castità), sono chiamati a sperimentare la felicità del vecchio Simeone e la gioia esultante della beata Vergine Maria nella quotidiana adorazione del Figlio, che è lo splendore della gloria Padre, e nell’instancabile dedizione all’uomo, ferito nel corpo e nell’anima.

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