Già l’attuale regolamento anagrafico registra le convivenze tra persone legate da vincoli affettivi

di Mattia FERRERO
Vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici di Milano

A Milano, così come in altri Comuni italiani, la proposta di istituire un registro delle unioni civili è accompagnata da un vivo dibattito e da vibranti polemiche. Per meglio comprendere i termini della questione conviene iniziare da una declaratio terminorum.

Le unioni civili, di cui al registro che si vuole introdurre nel Comune di Milano, sono definite come l’insieme di persone legate da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nel Comune di Milano. Da questo punto di vista va notato come il vigente regolamento anagrafico della popolazione residente (approvato con decreto del Presidente della Repubblica, 30 maggio 1989, n. 223) definisca – all’articolo 4 – la famiglia anagrafica come l’«insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso Comune».

A tutti è noto che i servizi anagrafici dipendono dal Comune sicché questo già ora, in applicazione del citato regolamento anagrafico, registra e dà pubblicità alle convivenze tra persone legate da vincoli affettivi. Perché, dunque, creare uno specifico registro comunale delle unioni civili, cioè alle sole convivenze per ragioni affettive?

Il fine, neppure troppo celato, di una simile proposta è quello di equiparare – perlomeno a livello di servizi erogati dal Comune di Milano – le unioni civili (indifferentemente se tra persone di sesso diverso o del medesimo sesso) alle famiglie fondate sul matrimonio. A tale riguardo molte potrebbero essere le considerazioni. Ci si limiterà qui ad alcune brevi notazioni.

In primis si può fondatamente sostenere che sussista un’ingiustificata disparità di trattamento tra famiglie e unioni civili? Il principio di eguaglianza sostanziale insegna che come è ingiusto trattare in maniera diversa situazioni eguali, così è altrettanto ingiusto trattare (o voler trattare) in maniera eguale situazioni differenti. Quest’ultimo è il caso della famiglia rispetto all’unione civile, dato che nella prima i coniugi, all’atto del matrimonio, assumono dei precisi doveri (che si protraggono anche oltre al matrimonio stesso) mentre nell’unione civile è sufficiente abbandonare la coabitazione per vedersi liberati da qualsivoglia obbligo di assistenza verso il proprio partner. Il logico corollario di una simile diversità di doveri è una diversità di diritti, di cui certo non ci si può lamentare.

Né si può trascurare il rischio che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia: l’uomo poligamo immigrato a Milano, di fatti, potrebbe richiedere il riconoscimento della propria convivenza con tutte le sue mogli come unione civile, posto che il registro non limiterebbe tale unione solo a quella tra due persone.

Il Comune di Milano, che non si propone solo di registrare bensì anche di tutelare e sostenere le unioni civili, finirebbe così per tutelare e sostenere un istituto quale la poligamia che nel nostro ordinamento è ritenuto contrario all’ordine pubblico e al buon costume.

Per altro verso è, invece, paradossale come nel nome della non discriminazione si voglia assicurare una particolare tutela alle convivenze tra persone legate da vincoli affettivi, ma non ci si preoccupi di come tale maggiore e differente tutela si risolverebbe in una discriminazione delle altre convivenze.

Ci si riferisce, per esempio, alle convivenze per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, che pure trovano riconoscimento all’articolo 5 del regolamento anagrafico della popolazione residente sopra richiamato e che non si comprende per quale ragione non dovrebbero trovare altrettanto sostegno e tutela da parte dell’Amministrazione comunale.

Un’ultima considerazione. Se anche si volesse aderire alla tesi dei proponenti secondo cui le unioni civili sarebbero attualmente oggetto di un’ingiustificata e inaccettabile discriminazione, si porrebbe allora una questione di tutela dei diritti civili e sociali che, tuttavia, il Comune non sarebbe comunque competente a risolvere, dovendo essere rimessa alle decisioni del Parlamento. Anche perché è piuttosto bizzarro pensare che in una materia così delicata sia possibile una disciplina a macchia di leopardo tale per cui Comune che vai, tutela che trovi…

In conclusione non è dato sapere quanto costerà ai cittadini l’istituzione del registro delle unioni civili nel Comune di Milano, tuttavia nel presente momento di crisi economica qualsiasi onere aggiuntivo per la finanza pubblica risulta particolarmente gravoso. È quindi opportuno che i nostri amministratori locali si domandino con onestà intellettuale se si tratta davvero di un provvedimento per il bene comune o se, invece, esso non risponda a scopi di parte che trascendono l’interesse della comunità, tale per cui sarebbe preferibile accantonarlo.

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