Redazione

La spinta xenofoba è stata ed è tuttora ampiamente sfruttata dal presidente Gbagbo. In questi ultimi mesi si è estesa ai francesi – ai bianchi in generale – e alle Nazioni Unite.

Gli europei sono accusati dai Giovani Patrioti, come si fanno chiamare i miliziani del presidente, di finanziare la ribellione o di non far nulla per disarmarla. I giornali locali diventano veicoli di odio. Sia quelli filogovernativi, sia quelli di opposizione pubblicano falsi documenti e dichiarazioni che incitano alla divisione etnica e fomentano il sentimento antifrancese. I giornalisti indipendenti e stranieri sono pedinati e si fa di tutto per impedire loro di lavorare. Jean Hélène di Radio France Internationale è stato ucciso da un poliziotto, mentre Guy André Kiffer, giornalista indipendente esperto del marcato del cacao, è scomparso da aprile. Diversi funzionari di organizzazioni internazionali sono stati aggrediti verbalmente o fisicamente (alcuni presi a sassate) nelle vie più tranquille della città, e un gruppo di «patrioti» ha assaltato l’autobus del famoso liceo francese «Mermose» spaventando gli studenti. Nel mercato della petite poste, nel centro di Abidjan, c’è un angolo soprannominato «La Sorbona». Qui, chiunque può salire su un podio e fare il suo discorso ai passanti. «Ci sono oratori di politica, religione, filosofia – racconta un impiegato – i primi due tipi sono i più pericolosi». Un professore universitario sta tenendo il suo comizio su come «i francesi sono in combutta con i ribelli, li finanziano…». Il suo discorso è amplificato da alcuni potenti altoparlanti e sono in molte decine a essersi fermati nello spiazzo per ascoltarlo. «La gente che ascolta poi torna nel proprio quartiere con queste parole in testa – confida un religioso italiano -, ne parla con altri e il messaggio si diffonde». Per questo Abidjan è una polveriera: ci abitano tutti, sudisti come nordisti. E non ci si ferma all’insulto. Il 25 e 26 marzo un’annunciata manifestazione dell’opposizione non autorizzata è stata soffocata nel sangue prima che potesse iniziare. È stato un modo per eliminare persone scomode. L’agghiacciante rapporto d’inchiesta dell’Onu, contestato dal clan presidenziale, parla di 120 morti, 20 dispersi e 274 feriti. Il Movimento Ivoriano per i Diritti Umani fa salire il numero dei morti a 300. Secondo il rapporto, alte cariche dello Stato sarebbero implicate. Certo è che c’erano esercito, polizia e milizie parallele. «Sono arrivati all’alba prima che la gente potesse riunirsi, sono entrati nelle case dei dioula. Hanno ucciso e portato via i cadaveri. Alcuni parlavano inglese. Sono venuti anche con gli elicotteri», raccontano testimoni. Ma la crisi ha colpito tutto il Paese: almeno un milione sono stati gli sfollati interni, di cui la metà dovrebbero essere rientrati negli ultimi mesi, stimano fonti delle Nazioni Unite. Centinaia di migliaia sono gli immigrati burkinabé, maliani e nigerini che sono rientrati nei rispettivi Paesi, creando (soprattutto in Burkina) problemi per il reinserimento.

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