Fu Tettamanzi a volerla intitolare a Santa Gianna, sarà Scola a consacrarla a lei, che ora proteggerà la comunità che si è impegnata a fondo per sostenere la costruzione

di Luisa BOVE

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Un’attesa durata 50 anni. Finalmente Trezzano ha la sua nuova chiesa. Sarà il cardinale Angelo Scola a celebrare la Messa e a consacrarla sabato 25 aprile, alle 17, con tutta la comunità in festa. Un bel traguardo che ripaga di tante fatiche e sacrifici dei parrocchiani e di tutte le persone coinvolte. La chiesa sarà dedicata a Santa Gianna Beretta Molla, una scelta che fece il cardinale Tettamanzi e che il parroco don Franco Colombini ha accolto con favore.

Non nasconde la sua devozione: «L’ho conosciuta da bambino – spiega -. Mio papà lavorava alla Saffa, a Ponte Nuovo di Magenta, dove era direttore l’ingegnere Pietro Molla, marito della santa. Quando morì abbiamo pianto. Io ero in Seminario, facevo la prima media, l’ho adottata come seconda mamma per scoprire con lei la volontà di Dio». Una figura esemplare che ora proteggerà dall’alto tutta la comunità di Trezzano. «I parrocchiani hanno seguito i lavori con attenzione, affetto, attesa – ammette il parroco -. Non è mai venuto meno il loro sostegno economico. Un vero miracolo».

Anche perché quando è arrivato nel 1997 ha trovato solo grossi debiti. Molti uomini e donne, ormai adulti, raccontano che da ragazzi sono stati mandati di porta in porta a vendere i biglietti della lotteria per la nuova chiesa. Ma sono tanti, tantissimi, gli episodi che don Franco potrebbe raccontare, piccoli e grandi gesti di generosità, spesso nascosta e umile. E di fronte alle difficoltà, ricordare quei momenti, ha incoraggiato il parroco ad andare avanti.

In una recente lettera ai suoi parrocchiani scriveva: «Fate buona guardia alla chiesa e custoditela con amore. È venuta su per la vostra generosità e l’impegno di tanta gente che ha operato in silenzio, nel nascondimento, con dedizione, lontana dai riconoscimenti ufficiali e dalle gratificazioni». Ora, continua don Franco, «mi piace pensare la chiesa come la “scuola” dove i nostri giovani diventano grandi, crescono forti, puliti, diritti, responsabili, impegnati, perché la continuità della preghiera, della fede, della speranza del dolore, della vita, della morte rappresenta il fondamento di quell’unità feconda di cui c’è bisogno per vivere insieme e camminare verso il futuro».

La chiesa intitolata a Santa Gianna Beretta Molla è alta, ben visibile, bianca smagliante. Insomma «è bella, dignitosa, non lussuosa», spiega il parroco. Fatta di pietra, cemento e legno. La struttura architettonica è a forma di croce greca: «La croce è il segno più grande dell’amore di Dio. Siamo stati amati fino alla fine. Il Cristo Risorto vive nella storia per continuare ad amarci. L’amore di Dio c’è, è in mezzo a noi, stabile, certo, fedele. Accompagna i passi degli uomini e delle donne di generazione in generazione». E aggiunge: «La storia della salvezza avviene qui e oggi, in periferia, dove noi viviamo. Santa Gianna, credente, sposa, mamma, medico ha portato accanto all’uomo di tutti i giorni la solidarietà di Dio».

Ma c’è ancora un sogno che don Franco tiene nel cassetto. «Dopo l’oratorio e la chiesa – dice -, mi piacerebbe costruire una casa della carità dove distribuire cibo a chi ha fame, ospitare i diversamente abili, gli anziani soli, i più fragili e deboli della comunità (anche a chi ha sbagliato e sta riparando il male commesso), perché continuino a ricevere amore e vivere come in famiglia».

 

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