Quella di Montini era una vera e propria immedesimazione con Cristo, che aveva la forza di plasmare e di orientare dinamicamente tutta l’azione pastorale

del cardinale Dionigi TETTAMANZI
Arcivescovo emerito di Milano

Tettamanzi

Nel rileggere i contenuti della spiritualità dell’arcivescovo Montini ci si accorge subito e in continuità di una sua caratteristica, che s’impone come decisiva, centrale, onnicomprensiva: quella del cristocentrismo. È una caratteristica che trova numerosissime espressioni, non solo nell’ambito dell’insegnamento e dell’azione pastorale dell’arcivescovo di Milano, ma anche e in maniera del tutto singolare nell’ambito specifico della sua vita spirituale, della sua relazione profondamente personale con il Signore Gesù.

Al riguardo ci piace iniziare con una testimonianza quanto mai autorevole: quella di Giovanni Paolo II. In occasione di un suo pellegrinaggio, fatto il 26 settembre 1982 al paese natale di Montini, papa Wojtyla così riassumeva in una sola parola l’orientamento fondamentale del suo predecessore: «Ripensando al cammino terreno di quel Papa, emerge la grandezza che lo ha caratterizzato. La Chiesa deve a lui molto. Se poi ci chiediamo quale sia stato il punto segreto e propulsore della sua azione pontificale, penso che la risposta non sia difficile: il papato di Paolo VI fu un papato eminentemente "cristocentrico". Egli visse profondamente in unione con Gesù; annunciò instancabilmente Gesù». (…)

La spiritualità e la pastoralità dell’arcivescovo si incontrano e si fondono nel suo cuore. Risulta, in altri termini, che l’innamoramento di Cristo (l’abbraccio che intimamente stringe l’amante all’amato e l’amato all’amante) e lo slancio missionario per Lui e per il suo Vangelo (l’abbraccio che si apre al mondo intero) si compenetrano tra loro in forza della indivisibile centralità di Cristo. È legittimo, anzi necessario allora affermare che la spiritualità cristiana è essenzialmente missionaria e che la missionarietà cristiana è essenzialmente spirituale.

Il cristocentrismo della spiritualità di Montini sfocia in varie espressioni concrete, tra cui, da un lato la qualità affettiva e amicale del suo incontro-dialogo-rapporto personale con il Signore Gesù nella preghiera, e dall’altro lato lo spazio riservato ad una vera e propria contemplazione, peraltro di singolare intensità.

Al riguardo già abbiamo rilevato il "culto dell’amicizia" proprio di Montini, ossia la sua «capacità di creare e conservare le amicizie con vero affetto», come si esprimono diversi testimoni al processo di beatificazione. E tutto questo entra appieno nella "vita secondo lo Spirito". Sono così poste le premesse e insieme si manifestano i frutti di una amicizia sorprendente tra il discepolo e il Maestro, tra il credente e Cristo.

In particolare è da rilevarsi come l’arcivescovo si soffermi su questo aspetto specialmente nei discorsi rivolti ai sacerdoti. Una testimonianza: quella del rettore del Pontificio Seminario Lombardo in Roma, monsignor Ferdinando Maggioni. Così confida: «Un giorno avevo chiesto al Servo di Dio quale fosse, secondo lui, la cosa più importante per una valida formazione degli alunni seminaristi. Mi rispose immediatamente: Educarli a trattare Gesù come l’amico del cuore; il prete deve essere innamorato di Gesù! Ottima conferma la troviamo nel testamento scritto dal Servo di Dio».

In particolare nella Lettera del Giovedì Santo 1960 Montini scrive, senza dimenticare peraltro che il primo sacerdote cui si rivolge è lui stesso: «Ma è evidente che noi dobbiamo a Cristo un’adesione nostra, particolare. Noi siamo non solo ammessi, ma obbligati ad un’intimità, che dovrebbe essere fonte segreta ed inesausta della nostra personale vita spirituale… Dobbiamo aspirare ad una conoscenza veramente innamorata, non priva di silenzio e di ardore interiori, e, se a Lui piace, di qualche assorbimento contemplativo». (…)

Non era però, quella di Montini, una contemplazione che si estraniava dal vissuto quotidiano e dalla realtà concreta con il peso dei suoi molti impegni e con quello noioso delle varie "pretese" avanzate da quanti insistentemente reclamavano udienze varie e ripetuti incontri: un’evasione, dunque; una specie di fuga, un egoismo che tale rimane anche se di stampo più o meno religioso. Era invece, in termini positivi, una vera e propria immedesimazione con Gesù, che ha la forza di plasmare e di orientare dinamicamente tutta la vita spirituale e l’azione pastorale.

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