Alla Fondazione Cariplo aperto il ciclo di incontri “Dalla crisi economica alla speranza affidabile”, promosso da Milano Famiglie 2012 e Gruppo 24 Ore. Pubblichiamo l'intervento dell'Arcivescovo emerito

di Annamaria BRACCINI

Tettamanzi

La crisi che è il frutto malato di una macroeconomia che sostiene se stessa all’interno di un gioco finanziario ormai irreale. E poi la soluzione alla situazione dolorosa di oggi che non può che passare da un patto tra le generazioni. Anzi, una vera e propria solidarietà. Ma soprattutto il cosiddetto “mercato del lavoro”, che persino nel termine “mercato” fa intravedere una visione dell’uomo e del lavoratore ridotto a merce. E questo al cardinale Dionigi Tettamanzi proprio non piace: lo dice chiaro parlando di “Giovani e famiglia, oggi”, durante il primo dei quattro appuntamenti del ciclo “Dalla crisi economica alla speranza affidabile”, promossi dal Gruppo 24Ore e dalla Fondazione Milano Famiglie 2012 proprio in vista del VII Incontro.

E, quello dell’Arcivescovo emerito, è un approfondimento ampio, pronunciato presso il Centro congressi della Fondazione Cariplo, sulla condizione giovanile, sulle sue difficoltà lavorative – o meglio troppo spesso non lavorative -, ma non solo. E, infatti, dopo due interventi di esperti con al centro la realizzazione di progetti virtuosi per promuovere percorsi di studio e crescita giovanile, Tettamanzi affronta subito la questione, forse, più delicata rispondendo alle domande postegli dal vicedirettore de Il Sole 24 Ore, Alberto Orioli. «Che cosa significa essere giovani nel Paese più vecchio del mondo?» e anche «Come mai in dieci anni sono triplicati i giovani sotto i 35 anni che restano a carico della famiglia?».

Scandita la risposta, cha ha il sapore di una visione anche economica a lungo meditata: «Oggi, guardando la realtà, vediamo tante persone con molte tutele – tendenzialmente la generazione dei padri – e altrettante persone con pochissime tutele, tendenzialmente la generazione dei figli. La crisi sta spingendo sempre più persone dalla categoria dei “tutelati” a quella dei “senza tutele”». Ma non è “spostando”, per così dire, le tutele – suggerisce il Cardinale – che si risolve un quadro simile inserito nel contesto di una società che non solo non è più fordista, ma ormai nemmeno post-fordista.

Da qui una via per tentare di “fare qualcosa” che non sia tornare alla situazione antequam, ma vera capacità di mutare atteggiamento, immaginando un nuovo modello di sviluppo: «Possiamo chiedere alla generazione dei padri maggiore solidarietà con la generazione dei figli, e viceversa? Possiamo chiedere alla generazione dei padri di rinegoziare qualche diritto acquisito e alla generazione dei figli maggiore responsabilità nel farsi carico della generazione delle madri e dei padri a proposito del loro futuro, della loro anzianità, con le ricchezze e le fatiche che questa età presenta?». Sì, si può, ma occorre solidarietà tra generazioni, appunto. «Solidarietà nella logica del dono: solo per chi ha uno sguardo gretto ed egoista chi dona qualcosa sta “perdendo” a vantaggio di qualcun altro che si sta “arricchendo”. Ma il dono, se fatto in verità, produce un di più di bene che è molto più grande della somma algebrica del dare e dell’avere».

In questa logica si situa anche la “speranza affidabile” che – e qui il Cardinale puntualizza, secondo quanto già delineato nel suo intero episcopato e attraverso l’istituzione del Fondo Famiglia-Lavoro – chiede nuovi stili di vita “solidarietà e sobrietà”.

Parole cui fanno eco quelle, tra gli altri, dell’economista Alessandro Rosina: «La via maestra è capitalizzare e incrementare la qualità presente nelle giovani generazioni. Qualità “nazionale”, che pure esiste, come dimostrano ampiamente tanti giovani che vanno all’estero per studiare e che si fanno onore, poi, nel mondo del lavoro. Senza questo investimento non ci sarà futuro».

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