L'analisi del sociologo della Cattolica Francesco Marcaletti

di Pino NARDI

Capire i segni dei tempi per dare migliori risposte di presenza della comunità cristiana. Ma in un contesto sociale dove prevalgono l’individualizzazione e il senso di spaesamento che genera, come puntare sulle Comunità pastorali?
«La “rottura” delle routine, nell’ambito del processo di istituzione delle nuove forme della pastorale d’insieme, sembrerebbe porsi in linea con quei segni dei tempi che investono la condizione individuale – sottolinea il sociologo dell’Università Cattolica Francesco Marcaletti -. Assecondandone tuttavia le tendenze, essi rischiano di rinforzare il senso di spaesamento oggi percepito in molti ambiti del vivere quotidiano, che dunque può giungere a toccare anche l’esperienza dell’appartenenza ecclesiale. Di qui, ne discende anche un ritorno di attenzione verso quelle dimensioni che contribuiscono a temperare gli effetti di spaesamento di fronte ai cambiamenti, come per esempio quello del rimarcare i confini che definiscono identità e appartenenze, ma che possono essere interpretati anche quali forme di distinzione e affermazione di significati».
L’esperienza delle Comunità pastorali propone però diverse potenzialità. «Le rinnovate strutture della pastorale d’insieme introducono un significativo policentrismo degli spazi, dei tempi, delle risorse, delle forme aggregative delle persone, policentrismo che in qualche modo sollecita alla mobilità, ma che per molti aspetti nasce proprio in risposta all’accresciuta possibilità di spostamento delle persone – sottolinea Marcaletti -. Vi è nel complesso una maggiore sensibilità a quella che in molti casi è la necessità di trascendere i tradizionali confini fisici della parrocchia, non soltanto in termini di spazi, ma anche di momenti celebrativi e aggregativi. Il policentrismo può essere dunque interpretato come una risorsa, pur sollevando notevoli interrogativi relativi alle modalità della sua concreta gestione. Se è vero che si è assistito a una moltiplicazione dei modelli e delle realtà di riferimento, è particolarmente necessario che a tale pluralità possa essere dato un centro “gravitazionale”, in qualche modo “ordinatore”».
«Il compito dell’azione pastorale per l’oggi, e la sua stessa responsabilità – prosegue il sociologo – è che al policentrismo esistenziale degli individui sia data una risposta in primo luogo in termini di stabilità, di capacità di accompagnare le persone nel dare un ordine di priorità ai problemi quotidiani, al loro muoversi tra tempi, spazi e ruoli differenti, ma anche ai riferimenti valoriali e finanche morali. E questo tuttavia evitando il rischio di semplificare un esercizio di lettura delle mutate condizioni di un’esistenza individuale che si è fatta, per ciascuna persona, sempre più complessa».

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