Riccardo Conte

L’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America nel corso del secolo XIX non coincise con la fine della «segregazione razziale». Dopo un secolo, in molti Stati della Federazione, uomini e donne di colore erano ancora discriminati. E’ sufficiente pensare alle battaglie di Martin Luther King, a Rosa Parks (che si batté contro la segregazione sugli autobus), a James Meredith (il giovane di colore che chiese l’ammissione all’Università Ole Miss nel Mississipi e che vi poté entrare solo in forza di una sentenza della Suprema Corte e scortato dalla Guardia Nazionale inviata dall’allora ministro della Giustizia, Robert Kennedy).

Questi fatti (come l’assassinio del Presidente John F. Kennedy) stanno sullo sfondo del romanzo di Kathryn Stockett, The Help (L’aiuto), edito in Italia nel 2009 per i tipi della Mondadori (quest’anno ristampato anche in edizione economica nella collana Oscar bestsellers).

Il romanzo, che inizia nell’agosto del 1962, racconta la vita delle donne di colore che lavoravano come domestiche nelle famiglie dei bianchi in una cittadina del Mississipi, Jackson.

Uomini e donne di colore sono sottoposti ad ogni tipo di angherie da parte dei bianchi. Ogni comportamento in cui è ravvisato un tentativo di superamento delle barriere razziali è punito in modo atroce: feroci pestaggi, che portano a lesioni gravissime, omicidi (nel libro si racconta di un attivista afroamericano ucciso per aver pubblicamente criticato il comportamento del governatore Barnett in occasione del caso Meredith), l’incendio di cose e case.

Non è a dire che le donne di servizio siano sempre oggetto di maltrattamenti. Vi sono famiglie in cui sono rispettate (sebbene non sia ammissibile consumare un pasto allo stesso tavolo) e benvolute. Ma in altre, le donne di servizio sono in balìa degli umori dei datori di lavoro. Qualunque scusa è buona per licenziare in tronco, diffondendo in giro notizie false sulla moralità della domestica, che può vedersi in tal modo preclusa ogni altra collaborazione, finendo sul lastrico con la propria famiglia.

In tale contesto, una giovane donna bianca di buona famiglia rompe la solidarietà di classe, a rischio proprio e delle donne di colore che collaborarono con lei (personaggi commoventi per il loro coraggio e la loro umanità), per raccontare la vita delle domestiche afroamericane a servizio dei bianchi.

Scelta non facile per le domestiche di colore. Inizialmente declinano l’invito a raccontare: sanno di rischiare il posto di lavoro. Tuttavia l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti di una domestica, le porta a rompere ogni indugio, a collaborare con la giovane donna bianca, pur correndo gravi rischi (non solo il licenziamento, ma anche un probabile processo).

Da questa collaborazione nasce un libro, di cui il romanzo narra la faticosa preparazione. Un libro fatto dai racconti che le donne fanno in prima persona, narrando i soprusi a cui sono sottoposte, i sentimenti di affetto per i bambini bianchi che allevano e che spesso ad esse si affezionano come se fossero le loro vere mamme, le difficoltà che esse incontrano nella gestione delle loro famiglie e dei figli. Emerge anche lo spirito di umanità di queste donne, che aiutano le loro datrici di lavoro nei momenti di difficoltà familiare.   

Un romanzo avvincente e, purtroppo, di drammatica attualità in un’Europa preoccupata delle immigrazioni dall’Africa e dall’Asia e in cui la paura del diverso viene cavalcata da forze politiche, con buona pace dei valori di solidarietà ed eguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione, senza distinzione alcuna (si vedano gli artt. 2 e 3 della Cost.) ed anche con violazione del diritto di asilo per i perseguitati politici (art. 10, 2° comma, Cost.).   

Un libro che ci invita a riflettere sui diritti inviolabili dell’uomo (ben sottolineati anche da Papa Francesco nel suo viaggio a Lampedusa), nonché, per forza di cose, su temi attuali quali il diritto di cittadinanza secondo il cosiddetto ius soli.

Questioni troppo spesso ancora oggi liquidate, da «nostalgici» della segregazione razziale, con volgari battute di chi vuol prevalere parlando, consapevolmente, secondo precise finalità, alla «pancia» della gente (quella pancia che – secondo Platone – era il luogo dell’anima che dà impulso agli istinti, non alla ragione), assolutamente incompatibili con la serietà che deve improntare l’arte architettonica (per usare una definizione aristotelica) della politica e disonorevoli, in primo luogo, per chi le fa, evidentemente ignorando che, in forza di convenzioni internazionali, la xenofobia è un reato.

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