Realizzate esperienze per la fascia d’età da zero a 14 anni coinvolgendo le famiglie

di Luisa BOVE

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La sperimentazione dell’iniziazione cristiana in diocesi è durata 3 anni e si è conclusa nel 2008, quando sono stati presentati i risultati all’arcivescovo Tettamanzi. Milano aveva infatti accolto l’iniziativa della Chiesa italiana che «chiedeva di rinnovare l’iniziazione cristiana ponendo attenzione al fatto che è tutta la comunità a introdurre i ragazzi alla fede», spiega don Ugo Lorenzi, collaboratore del Servizio per la catechesi.

Si trattava quindi di non limitarsi alla catechesi, ma di «allargare gli orizzonti alla vita litugica, di preghiera e di fede attraverso la condivisione e il servizio». L’intuizione della Chiesa ambrosiana è stata quella di considerare la fascia di età 0-14 anni, mentre le altre diocesi hanno puntato su 7-12 anni. Nel 2005 hanno aderito all’iniziativa 169 parrocchie distribuite in tutte le zone pastorali. La sperimentazione comprendeva tre momenti: dal battesimo ai 6 anni (fase A); dai 7 a 12 anni, periodo tipico del catechismo (fase B) e dai 12 ai 14 anni, detta mistagogia, che segna l’adolescenza (fase C). Nell’ultimo documento presentato al Consiglio episcopale milanese risultavano coinvolti 1200 tra catechisti, preti e operatori, e 10 mila tra bambini e famiglie.

«La sperimentazione con i più piccoli – dice don Lorenzi – ha avuto un ritorno decisamente positivo ed è approdato nel percorso pastorale del cardinale Tettamanzi. In particolare è emerso che non era più solo il parroco ad accogliere le famiglie, ma anche un gruppo di laici che andavano nelle case e creavano una continuità di relazione con i genitori». Sempre rispetto alla fascia da 0 a 6 anni è risultato importante «riattivare il rapporto tra la parrocchia e le scuole dell’infanzia». Inoltre si tratta «di un’età molto sensibile a racconti, simboli e riti, occorreva quindi non perdere questi linguaggi per comunicare la fede ai piccoli».

Grande consenso in diocesi anche sull’iniziazione alla vita cristiana intesa in senso ampio, «cercando un’alleanza educativa con le famiglie, perché tutti sono soggetti in gioco che possono educare alla fede i ragazzi e riflettere sulla propria». E conclude don Lorenzi: «Non vanno dati per scontati i primi passi della fede, perché tanti bambini non ricevono un’educazione religiosa in famiglia, ma per tanti genitori quella può diventare l’occasione per riannodare un percorso».

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